gio 28 giu 2007
Vòlta la carta la ze finìa
di Massimo Zuin in Senza categoria
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Ecco allora che soccorrono maggiormente le parole di chi a Meneghello si è ispirato, di chi con lui ha lavorato: Marco Paolini, ad esempio.
Sul suo blog è apparso il ricordo finora più bello che io abbia letto. Paolini confessa subito: “Senza i suoi libri non avrei mai immaginato di poter parlare come oggi faccio a teatro, sarei rimasto un attore, avrei recitato delle parti senza mai provare a inventare. E’ la musica del dialetto che mi ha dato lo spunto, sono le parole-cose che mi hanno guidato. Oggi vorrei tenere per me la commozione per un amico che muore, ma sarei egoista”. E la sua è, appunto, commozione generosa, senza retorica, per l’amico “Gigi”, che sfocia in questa promessa, un gesto non casuale: “Caro Gigi, domani sera andrò in un posto sotto l’Altipiano a tirar con la fionda a una vecchia lampadina Edison sopravvissuta al post moderno. Spero di avere ancora una buona mira” (ricordate?: “Non sapevamo più cosa dirci. Sopra di noi c’era una lampadina di vecchio stile, l’unica rimasta col suo piatto di banda, tra i lampioncini nuovi. «Bisogna darle una buona probabilità» ho detto io. «Solo un sasso per ciascuno, piccolo, e stando seduti». Ho tirato io, un po’ a destra, poi Mino, un po’ a sinistra. Poi ha tirato Nino e c’è stato un piccolo boato e pareva che fosse scoppiato un globo di buio. Abbiamo riso a lungo imbarazzati, e poi siamo andati via. Volta la carta la ze finia”).
Come Zanzotto scrive appunto oggi sul Corriere, nel dialetto di Meneghello - un dialetto vicentino parente del nostro, altrettanto “bastardo”, che, proprio nello spettacolo Libera Nos abbiamo visto ri-narrato al Teatro di Villa dei Leoni da Natalino Balasso, ad apertura della stagione teatrale 2005/2006 - si specchiavano mondi: “un libro che lasciò tutti a bocca aperta perché riscopriva il valore del dialetto e, attraverso innesti, modi gergali, neologismi ricostruiti con straordinaria cura filologica, ci restituiva piena coscienza di un mondo già allora all’eclissi”.
Ed è proprio su questo “profondo Veneto” illuminato dall’ironia partecipata di Meneghello che Ilvo Diamanti punta i riflettori, nel suo ricordo apparso oggi su Repubblica: “(…) Libera nos a Malo, in particolare, è fra le letture che mi hanno educato a capire le virtù e i vizi del profondo Veneto. Raccontato con affetto pari alla ferocia. Con acume e ironia. E poi quel linguaggio straordinario. Raffinato e suggestivo, al tempo stesso. Meneghello ha imposto il veneto come lingua universale. Un genere letterario colto, che si legge nelle scuole. Mentre il “patriottismo localista”, che governa le istituzioni, pretende di imporre una lengoa veneta illeggibile e incomprensibile. (…) In fondo, a Malo- e in Veneto -lo hanno sempre letto con un certo sospetto e un po’ di disagio, quel suo libro. Specchio troppo fedele del nostro carattere e del nostro spirito. Scava dentro di noi.
Rammenta quando eravamo poveri, poverissimi. Gli ultimi. Il che può disturbare chi è impegnato a coltivare una nuova identità, una nuova immagine, all’insegna del successo economico e del benessere. D’altronde, anche Meneghello, dopo il ritorno, si guardava intorno un po’ spaesato e incredulo. Non gli era del tutto chiaro, ciò che era capitato. L’estrema periferia che si era insediata al centro dell’economia italiana ed europea.
Ne era sorpreso e ammirato al tempo stesso. Tuttavia, gli pesava un poco la diffidenza che sentiva intorno a sé. Magari era solo imbarazzo, timidezza, verso chi era diventato famoso, lontano da casa. Ma c’era, sicuramente, anche un sentimento di sottile riprovazione “locale” verso chi se ne era andato. E un po’ di rivalsa: il piccolo mondo rurale di Malo che è diventato grande. E si “libera” di Libera nos a Malo. Della propria memoria di povertà. D’altronde, nulla è più lontano del suo linguaggio dalla retorica del Nordest. Lui, così ironico, sottile, estraneo alla mitopoiesi della “patria veneta”. Spero che i veneti lo ricordino come si deve. Anche se non è un piccolo imprenditore ma”solo” un grande scrittore. A me e ai miei manca già molto”.
Anche Ferdinando Camon, sulla Nuova Venezia di oggi, si sofferma il rapporto di Meneghello con il nostro mondo veneto, tutt’altro che provinciale - lui passato attraverso l’esperienza di un lungo “di spatrio” -, individuandone uno dei temi fondanti: “come da provinciali si diventa super-nazionali, cioè cittadini del mondo” (…) attraverso uno sguardo come d’antropologo.
Io non sarei però così pessimista, come Camon, che conclude con un’amara constatazione: “la nuova generazione, che cresce adesso, non sa nulla del tempo e della civiltà che Meneghello racconta. Dovrebbe leggerlo. Le farebbe bene come una medicina”…
E’ una riflessione che magari coglie nel segno, ma non cattura lo spirito di Meneghello, uno scrittore che, come ricorda sempre su Repubblica oggi Franco Marcoaldi, in una riflessione contenuta nel grande zibaldone delle sue Carte, esprimeva il seguente desiderio, relativo ad “alcune moderate riforme” cui avrebbe voluto assistere, prima di morire: «Vorrei vedere la gente fremere d’amore intellettuale di Dio, lavorare con piacere, fabbricare giocattoli appassionanti, sciare ardita sulle coste dei monti, nuotare a farfalla lungo le coste dei mari; sentirla cantare inni di elementare grazia e potenza, avendo per inno nazionale un Inno alla mortalità in cui si esprimesse la rassegnazione a questo sgradevole aspetto della vita, e la contentezza di potere intanto produrre affetti e odi sereni, begli edifici, dolci macchine lisce come l’olio, istituti severi e soavi, e quell’onestà nel fare e nel non fare che (quando c’è) cancella la paura e perfino il rimpianto di non sopravvivere per sempre».
Quell’onestà nel fare e nel non fare, appunto: una grande lezione, per un uomo politico, e un compito impegnativo per ciascuno di noi…