Archive for giugno, 2007

Con queste parole si chiude Libera nos a Malo, il libro per cui Luigi Meneghello - spentosi ieri, come ormai tutti saprete - rimarrà nella storia della letteratura italiana del XX secolo, semmai ancora in futuro sarà studiata… Per noi veneti, però, era molto più di un grande scrittore italiano: insieme a Zanzotto e pochi altri (a debita distanza, Rigoni Stern, poi non saprei) Meneghello era uno dei grandi Maestri, tuttora viventi, simbolo della cultura e della storia del nostro territorio, e per questo la sua scomparsa lascia un vuoto che le tante dichiarazioni e necrologi a caldo che in queste ore si accavallano (anche da esponenti politici: da Galan a Cacciari, tanto per citarne alcuni) certo non sono in grado di definire bastantemente…
Ecco allora che soccorrono maggiormente le parole di chi a Meneghello si è ispirato, di chi con lui ha lavorato: Marco Paolini, ad esempio.
Sul suo blog è apparso il ricordo finora più bello che io abbia letto. Paolini confessa subito: “Senza i suoi libri non avrei mai immaginato di poter parlare come oggi faccio a teatro, sarei rimasto un attore, avrei recitato delle parti senza mai provare a inventare. E’ la musica del dialetto che mi ha dato lo spunto, sono le parole-cose che mi hanno guidato. Oggi vorrei tenere per me la commozione per un amico che muore, ma sarei egoista”. E la sua è, appunto, commozione generosa, senza retorica, per l’amico “Gigi”, che sfocia in questa promessa, un gesto non casuale: “Caro Gigi, domani sera andrò in un posto sotto l’Altipiano a tirar con la fionda a una vecchia lampadina Edison sopravvissuta al post moderno. Spero di avere ancora una buona mira” (ricordate?: “Non sapevamo più cosa dirci. Sopra di noi c’era una lampadina di vecchio stile, l’unica rimasta col suo piatto di banda, tra i lampioncini nuovi. «Bisogna darle una buona probabilità» ho detto io. «Solo un sasso per ciascuno, piccolo, e stando seduti». Ho tirato io, un po’ a destra, poi Mino, un po’ a sinistra. Poi ha tirato Nino e c’è stato un piccolo boato e pareva che fosse scoppiato un globo di buio. Abbiamo riso a lungo imbarazzati, e poi siamo andati via. Volta la carta la ze finia”).
Come Zanzotto scrive appunto oggi sul Corriere, nel dialetto di Meneghello - un dialetto vicentino parente del nostro, altrettanto “bastardo”, che, proprio nello spettacolo Libera Nos abbiamo visto ri-narrato al Teatro di Villa dei Leoni da Natalino Balasso, ad apertura della stagione teatrale 2005/2006 - si specchiavano mondi: “un libro che lasciò tutti a bocca aperta perché riscopriva il valore del dialetto e, attraverso innesti, modi gergali, neologismi ricostruiti con straordinaria cura filologica, ci restituiva piena coscienza di un mondo già allora all’eclissi”.
Ed è proprio su questo “profondo Veneto” illuminato dall’ironia partecipata di Meneghello che Ilvo Diamanti punta i riflettori, nel suo ricordo apparso oggi su Repubblica: “(…) Libera nos a Malo, in particolare, è fra le letture che mi hanno educato a capire le virtù e i vizi del profondo Veneto. Raccontato con affetto pari alla ferocia. Con acume e ironia. E poi quel linguaggio straordinario. Raffinato e suggestivo, al tempo stesso. Meneghello ha imposto il veneto come lingua universale. Un genere letterario colto, che si legge nelle scuole. Mentre il “patriottismo localista”, che governa le istituzioni, pretende di imporre una lengoa veneta illeggibile e incomprensibile. (…) In fondo, a Malo- e in Veneto -lo hanno sempre letto con un certo sospetto e un po’ di disagio, quel suo libro. Specchio troppo fedele del nostro carattere e del nostro spirito. Scava dentro di noi.
Rammenta quando eravamo poveri, poverissimi. Gli ultimi. Il che può disturbare chi è impegnato a coltivare una nuova identità, una nuova immagine, all’insegna del successo economico e del benessere. D’altronde, anche Meneghello, dopo il ritorno, si guardava intorno un po’ spaesato e incredulo. Non gli era del tutto chiaro, ciò che era capitato. L’estrema periferia che si era insediata al centro dell’economia italiana ed europea.
Ne era sorpreso e ammirato al tempo stesso. Tuttavia, gli pesava un poco la diffidenza che sentiva intorno a sé. Magari era solo imbarazzo, timidezza, verso chi era diventato famoso, lontano da casa. Ma c’era, sicuramente, anche un sentimento di sottile riprovazione “locale” verso chi se ne era andato. E un po’ di rivalsa: il piccolo mondo rurale di Malo che è diventato grande. E si “libera” di Libera nos a Malo. Della propria memoria di povertà. D’altronde, nulla è più lontano del suo linguaggio dalla retorica del Nordest. Lui, così ironico, sottile, estraneo alla mitopoiesi della “patria veneta”. Spero che i veneti lo ricordino come si deve. Anche se non è un piccolo imprenditore ma”solo” un grande scrittore. A me e ai miei manca già molto”.
Anche Ferdinando Camon, sulla Nuova Venezia di oggi, si sofferma il rapporto di Meneghello con il nostro mondo veneto, tutt’altro che provinciale - lui passato attraverso l’esperienza di un lungo “di spatrio” -, individuandone uno dei temi fondanti: “come da provinciali si diventa super-nazionali, cioè cittadini del mondo” (…) attraverso uno sguardo come d’antropologo.
Io non sarei però così pessimista, come Camon, che conclude con un’amara constatazione: “la nuova generazione, che cresce adesso, non sa nulla del tempo e della civiltà che Meneghello racconta. Dovrebbe leggerlo. Le farebbe bene come una medicina”…
E’ una riflessione che magari coglie nel segno, ma non cattura lo spirito di Meneghello, uno scrittore che, come ricorda sempre su Repubblica oggi Franco Marcoaldi, in una riflessione contenuta nel grande zibaldone delle sue Carte, esprimeva il seguente desiderio, relativo ad “alcune moderate riforme” cui avrebbe voluto assistere, prima di morire: «Vorrei vedere la gente fremere d’amore intellettuale di Dio, lavorare con piacere, fabbricare giocattoli appassionanti, sciare ardita sulle coste dei monti, nuotare a farfalla lungo le coste dei mari; sentirla cantare inni di elementare grazia e potenza, avendo per inno nazionale un Inno alla mortalità in cui si esprimesse la rassegnazione a questo sgradevole aspetto della vita, e la contentezza di potere intanto produrre affetti e odi sereni, begli edifici, dolci macchine lisce come l’olio, istituti severi e soavi, e quell’onestà nel fare e nel non fare che (quando c’è) cancella la paura e perfino il rimpianto di non sopravvivere per sempre».
Quell’onestà nel fare e nel non fare, appunto: una grande lezione, per un uomo politico, e un compito impegnativo per ciascuno di noi…

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La Repubblica 24 GIUGNO 2007

di ALBERTO STATERA
Chioggia e Campagna Lupia a destra: “La zavorra è Prodi”

Così la sinistra ha perso due delle sue poche roccaforti nel Veneto
Pressione fiscale, risse interne, elettori distratti tra i perché della disfatta
E ora si spera nel Pd, e in Veltroni, per recuperare il rapporto con il territorio: “Ma prima dobbiamo accantonare i nostri rancori”.
Operai, agricoltori e padroncini hanno divorziato in massa da una Unione percepita come divisa e conservatrice
«SIAMO stati capaci di perdere persino Chioggia», sibilò Massimo Cacciari quel lunedì, col ghigno più sulfureo che c’è nel suo repertorio. «Per fortuna ha evitato di dire: “Siete” stati capaci di perdere», gli ringhia Renato Morandina, membro della direzione veneta dei diesse, storico dirigente locale fin dai tempi del Pci, detto il compagno «M» (Greganti era il compagno «G») per un’antica vicenda di Tangentopoli, che oggi può far sorridere.
Morandina colloca non tanto in laguna, ma pochi chilometri più in là, il coro che accompagna la tragedia greca della sinistra nel Nord. E ancora di più in questo Nord «speciale», i cui umori sono regolati non solo dal portafoglio, che giace sul cuore, ma anche dal senso di «minorità», che alberga nei lobi del cervello.
Renato Morandina è nato a Campagna Lupia, provincia di Venezia, ma Diocesi di Padova, due metri sul livello del mare, 6.430 abitanti, tra Prozzolo di Camponogara, Bojon di Campolongo Maggiore e le Valli da pesca di Chioggia. Qui, tra la laguna e il Brenta, si allineano tante villette tardo operaio-contadine, una chiesa, un luna park, il casone di Valle di Zappa, luogo di culto dove si gira un celebre spot televisivo. C’è un caldo umido che si taglia col coltello, come si dice si tagli la nebbia d’inverno. Ma soprattutto c’è qui, nella calura della pianura veneta profonda, il «Bignami» della Beresina della sinistra al Nord, che Ilvo Diamanti e Fabio Bordignon hanno identificato nei numeri delle ultime elezioni amministrative e che Morandina («lupiense»? «campagnolo»? Boh) ha sofferto non sulle statistiche, ma sulla sua carne viva di nativo. A Campagna Lupia la sinistra, e segnatamente i comunisti, pidiessini, diessini, governavano ininterrottamente da sessant’anni, dal dopoguerra, dai tempi del compagno Palmiro Togliatti, «il Migliore», con percentuali bulgare. Ora la piccola Sesto San Giovanni del Nordest è un ricordo del passato. Alle amministrative, Fabio Livieri, candidato del centrodestra, è stato eletto «Per il bene comune» con 1.847 voti, contro i 1.549 dell’Ulivo. I pendolari del petrolchimico di Marghera, gli agricoltori, i padroncini delle nuove imprese edili, delle aziendole specializzate nel cartongesso per le villette turistiche, hanno divorziato in massa dopo sessant’anni dalla sinistra «divisa e conservatrice». Loro a Roma ci odiano - si sente dire - ci considerano un popolo incolto, ai margini di un impero che vive di poteri forti, mettono in campo il vampiro Visco e la burocrazia contro il Veneto che si fa da sé.
«E’ vero, siamo invecchiati, siamo conservatori, abbiamo un vecchio modo di governare incapace di innovazione - quasi singhiozza analizzando i nuovi comportamenti sociali il vecchio Morandina, memoria storica “rossa” di questi luoghi - non siamo stati capaci neanche di accantonare i nostri rancori». Lo farà il Partito Democratico? Sarà Walter Veltroni mercoledì a Torino a cominciare il restauro del rapporto col territorio, a recuperare il radicamento territoriale perduto nella calura e nelle nebbie venete, come in quelle lombarde e piemontesi?
La memoria di Morandina non perdona. A Chioggia, due passi dalla steppa di Campagnia Lupia, i rancori sono persino più intensi, qualche volta diventano omicidio per il controllo delle aree di pesca, delle valli, in una continua «guerra dei caperozzoli», le vongole veraci qui prodotte, che invadono il mercato europeo, con un business di cui pochi, compreso il vampiro Visco, concepiscono la dimensione. Spesso i caperozzoli vengono, pieni di veleni, dalle acque inquinate di Porto Marghera. Ma vogliamo forse conculcare lo spirito imprenditoriale del Nordest?
Quel che sullo sfondo della guerra delle vongole succede in politica qui in laguna è piuttosto difficile spiegarlo, anche perché tutti si chiamano Boscolo o Tiozzo, tanto che sulle carte d´identità e le patenti, per distinguerli, viene scritto il soprannome. Boscolo «detto», Tiozzo «detto». I Boscolo sono 8.178, compreso quello della grande catena alberghiera un po´ periclitante, i Tiozzo sono 2.475, su una popolazione di poco più di 50 mila abitanti. Boscolo «Forcola», Boscolo «Cappon», Boscolo «Todaro», Boscolo «Culato». Tiozzo «Bizzarro», Tiozzo «Cagarella», Tiozzo «Cuccato», Tiozzo «Bon».
Alle ultime elezioni amministrative, i due candidati sindaci si chiamavano tutti e due Tiozzo. Stesso cognome, ma fratelli coltelli. Romano Tiozzo « Pagio», candidato del centrodestra, con il 54,5 per cento ha strappato Chioggia - Cioxa «rossa». al centrosinistra, rappresentato da Lucio Tiozzo «Fasiolo». Il «Paggio» di destra, al posto del «Fagiolo» di sinistra. La città dei sindaci del Comitato di Liberazione Nazionale e del Pci, dell’ultimo sindaco diessino Fortunato Guarnieri, deluso dal suo partito che, con le liste elucubrate dalla segreteria nazionale al «Botteghino», non l’ha mandato in Parlamento, per metterci la Serafini, Morando, Ronchi e Casson, ormai non ha più niente di rosso.
«Tutto scritto», spiega Sergio Ravagnan, professore di Lettere, ex pluriassessore nella giunta di centrosinistra, che racconta delle primarie annullate per le risse tra i partiti della coalizione e della «voglia di cambiare indotta da un governo nazionale che qui è stato, diciamolo chiaro, un danno, un grave danno elettorale».
Che gli dici a quei pescatori, i maggiori produttori al mondo di crostacei, che mettono un barcone per tirar su le reti e che vengono multati per «abuso edilizio»? Che hanno a che fare con un potere scemo o nemico? «La nostra zavorra vera si chiama Prodi», proclama il presidente diesse della Provincia di Venezia Davide Zoggia, quasi annunciando, dopo Chioggia e Campagnia Lupia, le sconfitte prossime venture nel 2008 a San Donà, Mirano, Martellago, San Michele al Tagliamento, San Stino di Livenza. Mai un «governo amico» come quello di Prodi, fin dai tempi di Rumor e Bisaglia, della grande diccì con radici venete, è stato qui vissuto come così «nemico». Al punto che Mario Carraro, padovano, imprenditore metalmeccanico, ex presidente degli industriali del Veneto, cui Prodi offrì invano a suo tempo il ministero dei Lavori Pubblici, invoca oggi le dimissioni del premier per cambiare finalmente pagina, perché è l’effetto Prodi che fa perdere qui e in tutto il Nord.
Fa festa il neosindaco Livieri di centrodestra, nella sauna naturale ex rossa di Campagna Lupia, fa festa a Chioggia Romano Tiozzo «Pagio», che premia da neosindaco la mira dei balestrieri di Montalbano nel Palio Marangon della contrada Valli. Difficile dire cosa resti qui della sinistra. Forse, se vi sembra di sinistra, può valere come elettoralmente non sgradito il modulo «repressione» del sindaco di Padova Flavio Zanonato, antico diesse, che, in nome della «sicurezza», nuovo totem del Nord, torna da sinistra a parlare di «diritti-doveri», di una grande questione territoriale che si gioca, per l’appunto, sulla sfida di una democrazia che reprime.
Ma anche che include. Caccia le puttane dalle strade Zanonato, multando i clienti, ma giura che le recupererà. I Boscolo e i Tiozzo, di tutti i soprannomi, vorrebbero lasciare Venezia e andare in provincia di Padova con lui. Come se tra una provincia e l’altra si decidesse il destino di questo Veneto della «minorità», condannato a non contare, come fossero ancora i tempi della pellagra, delle cameriere «comandi sior», non della ricchezza diffusa, dell’impresa pullulante e qualche volta innovativa.

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Innanzitutto vorrei ringraziare tutte le numerosissime persone che in questi giorni mi hanno chiamato, mandato messaggi, inviato mail. E’ bello pensare che c’è tanta gente che mi vuol bene ed apprezza il mio modo di fare politica- pur con tutti i miei limiti, altrettanto numerosi…
Non posso non nascondere la grande amarezza per non essere in grado di portare personalmente a termine alcuni progetti importanti, primo tra tutti il rinnovato Palazzo dei Leoni. Devo confessarvi che non avevo certo in mente di rivestire l’incarico di assessore alla cultura a vita, ma ero francamente convinto che, per diversi motivi, tra cui aver lavorato bene, aver appoggiato con lealtà e profusione d’impegno il Sindaco eletto e, non da ultimo, per il risultato elettorale conseguito, il mio compito di prima linea non fosse ancora giunto alla sua naturale conclusione.
La realtà oggi è diversa, e ne prendo atto, facendo tesoro delle valutazioni e opinioni di tutti, nessuno escluso: vorrei evitare in questa sede qualsiasi sterile polemica sulle modalità e criteri di nascita e composizione della nuova giunta, cui, anzi, porgo i miei migliori auguri.
Ieri sera ho avuto un incontro con alcuni amici che mi hanno sostenuto, dai quali ho ricevuto una quasi unanime indicazione: non mollare, continuare l’impegno, anzi, semmai, rilanciarlo in vista di nuovi orizzonti.
Che dire? Sembra una storia già vista – in altre forme e con altri protagonisti - chissà quante volte, eppure vi assicuro che non ho mai dato niente per scontato, fino a ieri.
Cercherò quindi fin dall’immediato futuro di onorare il patto con gli elettori facendo del mio meglio, pronto ad ascoltare, come ho sempre fatto, la voce della gente.

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È un pochino difficile commentare, con lo stato d’animo che ho, le vicende miresi.
Con chi mi ha sostenuto e quindi con chi ne ha voglia, l’invito è aperto, ci troviamo stasera alle 21.00 al Bar alla botte a Borbiago per decidere assieme il da farsi.
Mia cugina di Napoli mi ha telefonato dicendo che a Napoli si dice “si chiure na’ porta e s’arape nu purtone”.

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Oggi Carpinetti potrebbe sciogliere le ultime riserve. L’esponente dei Dl non sarà presidente del Consiglio comunale
Mira, pronta la giunta: Zuin e Martin i grandi esclusi
MIRA— Le nomine sarebbero già pronte da ieri sera e quasi certamente oggi il neosindaco Michele Carpinetti scioglierà gli indugi per rivelare i nomi della giunta. Ma la rosa degli assessori potrebbe riservare due esclusi storici: il diessino Massimo Zuin, assessore alla cultura nell’amministrazione Marcato, che è stato fra i più votati del suo partito nelle elezioni di fine maggio, e Renato Martin della Margherita, ex vicesindaco anch’egli uscito dalle urne con un nutrito bottino di voti. Numeri che evidentemente non sono bastati se Michele Carpinetti ha pensato di rinunciare a loro per fare spazio ad altri ingressi. Due uscite che se verranno convalidate, non mancheranno di suscitare qualche malumore tra i due candidati e i loro sostenitori. Massimo Zuin fin dagli albori della campagna elettorale è stato sempre indicato come il riconfermato assessore alla cultura della nuova giunta, ma poi la sua posizione all’interno del partito senza una precisa corrente di appartenenza potrebbe avergli giocato contro.
Renato Martin è stato l’uomo che alle primarie si è piazzato terzo con un migliaio di voti e che subito dopo ha appoggiato la candidatura di Carpinetti. Ad elezioni vinte, più volte è stato indicato come possibile presidente del consiglio comunale, ma anche la sua posizione si è andata affievolendo man mano. Fin da subito a prendere piede in seno ai Dl è stata la figura di Paolino D’Anna che quasi certamente sarà vicesindaco e assessore forse ai lavori pubblici. Confermati sarebbero anche Margherita Gasparini alle Politiche Sociali e Davide Meggiato.
In seno ai Ds il nome più sicuro è apparso fin da subito quello di Maurizio Barberini al Personale o all’Edilizia Privata; non ci sarebbe invece Piergiorgio Fassini, mentre avanza il nome di De Lorenzi, ex consigliere della giunta Marcato e cognato dell’ex sindaco di Mira Maurizio Bacchin nella cui giunta Carpinetti iniziò come consigliere la sua esperienza politica.
La terza figura dei Ds, infine, potrebbe essere una donna. Quanto al resto della coalizione, sicura appare la nomina di Stefano Lorenzin di Rifondazione Comunista che potrebbe aspirare insieme a D’Anna ai lavori pubblici. Un assessorato conteso che potrebbe portare ad una smembratura della delega. Per i Verdi la candidatura di Silvia Carlin, all’Ecologia ma qualcuno mormora al commercio, sembra la più probabile. Il posto di presidente del consiglio comunale andrebbe infine a Fabio Zaccarin in rappresentanza della lista Civica «Con te a Mira». Al sindaco, invece, la delega all’urbanistica.

Paola Vescovi

NEOSINDACO Michele Carpinetti è vicino a varare la giunta
L’ex assessore alla Cultura è il più votato dei Ds ma non c’è posto per accontentare tutti nella squadra del sindaco

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Il Gazzettino, Mercoledì, 20 Giugno 2007

MIRA La formazione di Carpinetti sarebbe cosa fatta, anche se all’appello mancherebbe un solo nome che dovrebbe essere indicato dai diessini che aderiscono alla mozione Angius.
Presenti e assenti in Giunta, queste le indiscrezioni.
Tra le grandi esclusioni si parla di Massimo Zuin, l’uomo che ha salvato il teatro dopo il fallimento di Moby Dick, e l’ex vice sindaco Renato Martin.

Ore contate ormai per la nuova giunta di Mira ma emergono già le prime indiscrezioni sulle grandi sorprese. La formazione sarebbe cosa fatta, almeno per quanto riguarda i nomi anche se all’appello mancherebbe un solo nome in quota ai Ds che dovrebbe essere indicato dai diessini che aderiscono alla mozione Angius. Nel frattempo si parla già delle grandi esclusioni. Secondo le prime indiscrezioni infatti Massimo Zuin assessore uscente alla Cultura sia nella giunta Marcato che, per poco più di un anno nella giunta Solimini, sarebbe stato escluso. Zuin è anche il diessino più votato nella lista e colui che ha contribuito a riqualificare l’offerta teatrale di Mira dopo il fallimento di Moby Dick. Un altro escluso eccellente sarebbe il vicesindaco uscente, al secondo mandato, Renato Martin in quota alla Margherita ed anche lui il più votato della lista, ma pare che negli indici di gradimenti gli sia stato preferito il leader della lista civica “Con Te a Mira” Fabio Zaccarin. L’unica conferma nella giunta di Carpinetti invece sarebbe a questo punto Paolino D’Anna, della Margherita, che non si era presentato in campagna elettorale a Mira essendo anche consigliere comunale nel Comune di Venezia ma che avrebbe, attraverso Paolo Lucarda, Andrea Patron e Federica Pillon (tra i più votati dopo Martin nella Margherita), recuperato un pienone di voti di preferenza. Per il resto pare che la formazione della nuova squadra sia un’alchimia di equilibri, tra correnti, correntine e accordi prima della primarie. Tre assessori ai Ds, si parla del segretario comunale Maurizio Barberini, e della giovane Giorgia Cestonaro mentre un terzo dovrebbe essere indicato dai Ds della mozione Angius. Per la Margherita sembrerebbe sicuro l’ingresso in giunta del coordinatore Davide Meggiato mentre il terzo nome dovrebbe essere ancora formulato dal partito stesso. I Verdi entrerebbero nella formazione di Carpinetti con Francesco Vendramin e Prc con Stefano Lorenzin.

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Qualche giorno or sono ho accompagnato l’ultimo dei cinque zii paterni che mi restano al centro di riferimento oncologico di Aviano per eseguire un esame clinico. Non ero mai stato in questo grande complesso noto in tutta Italia per la cura di quello che un tempo, in campagna si definiva “bruto mae”. Ho in mente, se volete anche ironicamente, quando ero piccolo e mia madre parlava di qualcuno segnato da fine sicura che aveva incontrato di ritorno dall’ospedale: “i ‘o ga verto e sarà, non ghe xe niente da far”, sarcoma maligno…

In questi anni sono stati fatti passi in avanti nella cura dei tumori, anche se, soprattutto nella zona della Riviera del Brenta, come segnalato da studi recentemente rilanciati sulla stampa locale, si muore tutt’oggi principalmente per questa patologia.

Quando si entra in una simile struttura ospedaliera si ha l’impressione di entrare in una stazione orbitale dove tutti sono alla ricerca di sconfiggere il male: giovani, donne, anziani, tante persone accomunate dalla stessa speranza. E’ poi ancora più triste quando rivedi parenti che non vedevi da tempo: due fratelli di Oriago sulla sessantina, cugini di mio papà, uno prete lavoratore, l’altra madre di due figli, sistemati in due camere vicine, con la flebo attaccata della chemio…

Ti vengono allora in mente tante cose, che riportarle per iscritto sembra prima che banale, inappropriato…

L’unica cosa però di cui vi vorrei parlare riguarda un pensiero che ho avuto finché ero in attesa e guardavo dalla finestra i campi fioriti attorno all’Ospedale: aveva appena piovuto e il sole uscito dalle nuvole illuminava una miriade di fiori gialli in mezzo all’erba cullata dal vento.

Ho ritrovato così istantaneamente dentro me un’immagine che mi riportava a pensieri remoti, quasi ancestrali, di un quid che non cessa di ripetersi ed è ancora lì a trasmetterti qualcosa: non so se significhi speranza o semplicemente sia il riflesso della volontà di pensare alla natura che si rinnova mentre generazioni di uomini possono ammirarla sempre uguale a se stessa.

Ho pensato, allora, alle parole di un nostro grande poeta, Zanzotto, che alla fine di una bella intervista – un DVD che, tra l’altro, abbiamo prodotto come Comune di Mira, “Viaggio musicale con Andrea Zanzotto” - raccontava appunto di un pomeriggio seduto alla finestra di un bar nella sua Pieve di Soligo, in cui guardando le colline rivedeva degli alberi che, oscillando sospinti dal vento, trasmettevano al suo pensiero ricordi nitidi nella sua memoria: ricordi che il poeta definisce “Ossessioni Benigne”…

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L’allusione del titolo non è certo alle “truppe” del centro-sinistra in provincia di Venezia, visto che, nonostante quanto si possa leggere sui giornali in questi giorni post-amministrative, la battaglia politica è ancora tutta da giocarsi, nonostante il campanello d’allarme…
Facciamo un passo indietro, allora: domenica sono andato a trovare un amico che non vedevo da alcuni mesi che, nato a Marano Veneziano, ora risiede a Quero vicino a Feltre. Al di là della gita e del piacere di rivedere persone con le quali hai condiviso un pezzo di vita in gioventù, desideravo piuttosto segnalare in questo post un sito internet, che parla di arte contemporanea, in qualche modo connesso alla persona di cui sto parlando, Marco Carlotto.
Dovete sapere, infatti, che Marco, smesse le vesti di insegnante, è rimasto appassionato di arte e da alcuni anni, anche con il consiglio di Paolo Meneguzzo, altro maranese, si sta dando da fare affinché il comune di Belluno organizzi una mostra su un artista, appunto, bellunese, che ha trascorso i suoi ultimi giorni, sino alla morte, proprio a Marano: Francesco Marco Vedoà.
Nel frattempo l’amico si è messo a lavorare per realizzare – come vi dicevo - un sito che mira a censire l’opera omnia dell’artista, così come quella di due ulteriori pittori viventi.
Vi invito caldamente, pertanto, a visitare queste pagine, frutto di un vero e proprio amore per l’arte, a questo indirizzo e a segnalare le vostre opinioni in proposito o – cosa ancor più importante - a comunicare una vostra eventuale conoscenza sull’esistenza di ulteriori opere realizzate dall’artista Vedoà, non ancora catalogate.
Per intanto, come introduzione all’artista – ma stavolta nella cosiddetta real life – chi volesse può agevolmente ammirarne una bella tela, presente nella Sala della Giunta del Municipio di Mira, dal titolo che, appunto, anticipavo in apertura di post: “Gli sbandati”…

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michele carpinetti

Carpinetti è il nuovo sindaco di Mira. È questo il dato che è emerso lunedì dal desolante panorama politico delle ultime elezioni amministrative. C’è da parte mia una grande delusione per aver perso comuni importanti amministrati dal centrosinistra, ed in particolare Chioggia; ho mandato un sms a Lucio Tiozzo con scritto: “se non sei riuscito tu, nessun altro poteva farcela”. Peccato: sarebbe stato sicuramente un bravo sindaco per la propria città. Ho sentito le sue dichiarazioni a caldo, in cui ha assegnato la responsabilità principale della sconfitta ad un clima generalizzato di sfiducia nei confronti di un governo percepito, ormai dalla stragrande maggioranza del paese, senza autorevolezza e chiarezza di intenti. Sono d’accordo: dobbiamo smetterla con le divisioni interne, con i distinguo, con la prolissità dei programmi, con il chiudersi nelle segreterie dei partiti. Dobbiamo distinguerci in mezzo alla gente per il nostro modo di amministrare e di pensare le città, che è in antitesi a quello del centrodestra. L’argomento del contendere non può essere solamente quello relativo al pagamento delle tasse, cavalcando illusioni demagogiche neo-liberiste che piacciono tanto a chi ritiene superata la pubblica amministrazione. Bisogna avere il coraggio di riformare lo stato sociale ridistribuendo i privilegi e le rendite di posizione annidate in larghi strati di categorie economiche del paese. E soprattutto lotta all’evasione fiscale, sicurezza dei cittadini e sanità efficiente. Ho letto sul New York Times che il programma del prossimo presidente USA dovrà vertere, appunto, su tre priorità: sicurezza, ambiente e riscaldamento del pianeta, lavoro; su questi temi si dovranno convogliare ingenti risorse pubbliche e private nei prossimi anni anche nel nostro paese.
Tornando, infine, all’ambito mirese e alle recenti elezioni amministrative, voglio segnalarvi un dato elettorale che riprendo da una mail che l’amico Alessio Bonetto ha inoltrato ai suoi amici:
“La coalizione di centro sx perde 3000 voti dalle scorse amministrative e Carpinetti tra 1° e 2° turno raccoglie solo un 40 di voti in più mentre la Baldan ne raccoglie ben 2966! Vi rendete conto, la politica di rigida chiusura del centro sinistra di questi mesi, le sue polemiche, unita a un trend nazionale sfavorevole ha fatto bruciare un parte cospicua del patrimonio elettorale a disposizione.”
C’è proprio bisogno di cambiare modo di fare politica: anche a Mira…

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In questo periodo elettorale, fatto di incontri, colloqui, confronti capita – ancor più del consueto - di interrogarsi sovente sul senso della politica, sul come raggiungere il cuore della gente, su cosa le interessi veramente. Tanto più, passando dal generale al particolare, in considerazione, qui a Mira, dei dati sull’affluenza all’ultima tornata elettorale, che ha registrato un sensibile calo –peraltro, generalizzato.
D’acchito mi verrebbe un moto d’impazienza e, direi quasi, fastidio, verso chi non va a votare, perché: “Tanto i xe tutti compagni” (NB: “uguali”, non “comunisti” J ) o perché “tanto se diventé cossi mati par quea carega ghe sarà un perché” …
Il rischio, insomma è il consueto: antipolitica e disaffezione. Che fare, in proposito? Beh, sentendo, recentemente, in Piazza Ferretto i sindaci di Venezia e Padova parlare di nuovi modelli di partito che dovrebbero essere concepiti al Nord, oppure anche della necessità di stipulare nuovi accordi, se non nuove alleanze (vedi, attualmente, l’ipotesi- Lega Nord…), ho tratto lo spunto per tentare di rilanciare – anche nel mio piccolo - quella che, in realtà, è un’aspirazione di lunga data: adoperarsi, anche sul territorio mirese, per la crescita di nuovi modelli partecipativi.
Sto riflettendo, in particolare, sull’opportunità e sulla fattibilità di un progetto volto a mettere assieme persone di diverse idee e provenienza in una sorta di pensatoio permanente (un think tank, direbbero alcuni) relativamente ai problemi territoriali e agli indirizzi da suggerire all’amministrazione cittadina, allo scopo di avvicinare il cosiddetto “palazzo” alla cittadinanza, e, in ultima analisi, per cercare di rendere il processo decisionale più condiviso e partecipato.
Sono ancora allucinato dal trip elettorale, o è cosa che può interessare?

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