Archive for agosto, 2008

 

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Ho già affrontato il tema dei “quarantenni” in altri post, sia perché lo ritengo una chiave di lettura della nostra società, sia per ovvie ragioni anagrafiche. Oggi nel Gazzettino esce questo pezzo che aiuta a capire di più la questione.

 
Quarantenni, attenzione al fenomeno "young trophy". Ovvero a diventare trofei da esibire per una classe dirigente anziana che, cooptando qualche giovane risorsa, vuol dimostrare di essere aperta al cambiamento, ma in realtà agisce così solo per salvare l’apparenza. Vincenzo Galasso, 40 anni, docente di Economia politica alla Bocconi di Milano, insieme all’economista Tito Boeri, direttore della Fondazione Rodolfo Debenedetti, nel 2007 è stato autore del libro "Contro i giovani", un’analisi della società italiana dalla quale emerge che l’Italia è, fra tutti i Paesi sviluppati, quello che più sta agendo contro i giovani. Su ogni giovane italiano oggi gravano 80.000 euro di debito pubblico e 250.000 euro di debito pensionistico. Un debito contratto non tanto per costruire infrastrutture, migliorare la qualità dell’istruzione o dei servizi, ma per pagare pensioni di invalidità, creare posti pubblici spesso inefficienti, concedere baby pensioni e pensioni di anzianità, cedere alle pressioni di rappresentanze di interessi specifici e di breve respiro. Questa combinazione di altruismo privato e di egoismo pubblico è diventata un freno molto forte alla crescita del paese e rappresenta una pesante ipoteca sul nostro futuro. La soluzione, secondo Boeri e Galasso, potrebbe dipendere, prima di tutto, dal coraggio dei quarantenni di oggi. Per questa generazione è arrivato il momento di imboccare la strada delle riforme nel mondo del lavoro, delle professioni, dei servizi e del welfare.
Professor Galasso, una generazione che però parte da un grave handicap…
«È vero. Con ogni probabilità la generazione tra i 20 e i 40 anni sarà la prima che si troverà a far peggio dei propri padri».
Quali parametri avete preso a modello per arrivare a questa considerazione?
«Abbiamo fatto considerazioni economiche, sulla crescita del reddito confrontando generazioni attuali e passate, abbiamo guardato alla stabilità nel lavoro, ai debiti. Le nuove generazioni rischiano di essere "perdenti". Prendiamo il lavoro: a differenza del passato non c’è solo una difficoltà a entrare nel mercato dell’impiego, ma a restarci. E non c’è più una crescita salariale adeguata. C’è un diverso meccanismo di crescita delle professionalità, si sono bloccati i meccanismi di selezione secondo le effettive capacità. E questo avviene tanto più a livello di classe dirigente».
Proprio la staticità della classe dirigente è il freno che i movimenti di 30-40enni puntano a sbloccare…
«Naturale. Esiste un fenomeno tutto italiano per cui, in presenza di questo avvertibile disagio delle nuove generazioni, accade un po’ quello che vediamo con le "quote rosa" per le donne: l’establishment risponde a questi sussulti riservando qualche posto a queste "minoranze". Ma questo avviene per cooptazione, non sempre per meritocrazia. È questo il fenomeno del "trophy young", espressione mutuata dall’unglese "trophy wife", la moglie da trofeo che viene esibita nelle occasioni importanti».
È questa cooptazione a uccidere la selezione per meriti?
«È la risposta sbagliata a un problema reale. Perchè se si introduce questo criterio, si dà credito alla convinzione che a farcela sono i giovani più furbi, quelli che riescono meglio a infilarsi sulla scia giusta».
A Venezia il movimento dei quarantenni "40xVenezia", nato lo scorso settembre, conta già un bacino incredibile: 1.200 aderenti solo nella città insulare. A Mestre sta crescendo un altro movimento di trentenni. E già due sono i convegni organizzati dalla rivista Nordesteuropa per rilanciare la presenza di quella fascia d’età fra le classi dirigenti (il terzo il 20 settembre). Perchè questi movimenti si sono diffusi tra i 30-40enni e non, ad esempio, tra i 20enni?
«Perchè quella dei 40enni rischia di diventare una generazione "scavalcata" da quelle che vengono subito dopo. Prima o poi questo "tappo" generazionale costituito da 60-70enni inevitabilmente salterà. Il pericolo è che la generazione di mezzo, giunto questo momento, si possa far trovare impreparata e superata dai 30enni di oggi. C’è paura per essere stati in fila per troppo tempo. E i 20-30enni di oggi stanno dimostrando di poter maturare una maggiore adattabilità a competere laddove la selezione si potrà fare più forte».
Davide Scalzotto
 
Il profilo dei dieci milioni di quarantenni italiani appare più simile a quello dei ventenni che a quello dei fratelli maggiori over Cinquanta, almeno per quanto riguarda i comportamenti privati, l’uso del tempo libero e i consumi culturali. I dati Istat rivelano ad esempio che nella fascia d’età che va dai 35 ai 44 anni (composta esattamente da 9.635.379 persone, con leggera prevalenza femminile) uno su due frequenta le chat con regolarità, e uno su tre si scambia musica e film via internet: proprio come i teen ager, per capirsi. Quasi due su tre, poi, nel tempo libero vanno al cinema, ma ben il 25.9% frequenta abitualmente le discoteche. Nelle letture, uno su due legge romanzi, ma di questi la metà li sceglie umoristici: gli altri preferiscono le guide turistiche e i fumetti.
Con i più giovani condividono anche l’indifferenza per la politica (uno su tre non ne parla mai, e il 20% è totalmente disinformato di quanto avviene in parlamento e nel governo), anche se quasi un milione di loro sono nati esattamente nell’anno - il 1968 - in cui si dispiegarono con maggiore intensità la partecipazione civile e la rivolta sociale.
Tanto per cambiare sono soprattutto i maschi a incarnare il mito degli eterni Peter Pan: fino ai 44 anni, per esempio, i single maschi sono quasi il doppio delle donne, il 9% contro il 5.4%. E di essi il 73.4% non si è proprio mai sposato.
Forse anche tutto questo spiega - almeno in parte - perchè i quarantenni faticano ad emergere in una società fortemente gerontocratica; anche se qualcuno ce l’ha fatta, come i protagonisti del libro di Michele Cucuzza "Sotto i 40. Storie di giovani in un paese vecchio" (Ed. Donzelli, 16.50), presentato ieri mattina a Cortina.
 

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Su indicazione dell’amica Vilma Minotto pubblico questo intervento.

 La Nuova Venezia di oggi, sabato 2 agosto 2008, titola a pagina 25: "Strade più sicure, stanziati tre milioni" per sistemare la viabilità nel territorio di Mira.

 
Tra gli altri interventi, l’articolo riporta che "a mesi partiranno i lavori per la messa in sicurezza tramite una rettifica curve, allargamento sede, illuminazione dell’attuale tracciato della S.P.22 da Porto Menai al centro di Piazza Vecchia". 
 
Ci si chiede se rettificando le curve e allargando la strada, già ora percorsa dai veicoli a velocità superiore ai limiti, si raggiungerà l’obiettivo di renderla più sicura. Ma più sicura per chi?
 
Questo tracciato viario attraversa una delle pochissime piazze del Comune di Mira che sono ancora vissute e che il Sindaco ha già previsto, giustamente, di riqualificare. 
L’allargamento della strada e la rettifica delle sue curve andrà invece nella direzione di aumentare ulteriormente il numero e la velocità dei veicoli, diminuendo la sicurezza di pedoni, ciclisti e quanti ora utilizzano la piazza per attività di commercio e socialità, e riducendo l’obiettivo della sua riqualificazione ad un mero restyling ornamentale. 
 
Forse la soluzione sta nel progettare uno spazio di equilibrio tra pedoni e macchine, e considerare la strada come un prolungamento di Piazza Vecchia fino a Porto Menai, ricucendo così le due frazioni e dando vita ad una piazza lunga, che valorizzi l’antico segno d’acqua della serriola e i diversi edifici tradizionali che ancora si trovano ai suoi margini. 
In questo senso, la strada in questione sarebbe al limite da restringere, potendo utilizzare per l’alta velocità la bretella Mira Lanza, e non da allargare.
 
Se poi si usasse al posto dell’asfalto un granulato ruvido, sarebbe immaginabile non separare la pista ciclo-pedonale da quella degli autoveicoli, evitando così di costruire una pista ciclabile poco utilizzata simile a quella di San Bruson-Porto Menai che presenta inoltre cordoli di separazione tra i tracciati pericolosi sia per i pedoni che per le macchine.
 
Con il granulato, le automobili dovrebbero procedere più lentamente e sarebbe possibile realizzare un anello pluriuso comprendente via Porto Menai, via dei Campi e via Bassa Gambarare destinata anche a quanti facciano jogging, passeggiate a piedi o in bicicletta.
 
Cordialmente, 
 
Vilma Minotto
Romeo Toffano

 

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Domani porto la famiglia in montagna (gatta compresa). Torno al lavoro tra una settimana e poi anch’io mi unirò per due settimane di ferie. Un buon viaggio a tutti quelli che in questi giorni partono per le vacanze.

 Intanto vi allego un breve profilo del paesino, Rina di Marebbe in Val Badia,  dove ormai vado da più di venti anni .

 
“Rina è situata su di un pendio scosceso, però soleggiato della Val Badia, a 1.450 metri di altitudine, ai piedi del Col dla Vedla e non lontano dal Sasso Putia e dal Passo delle Erbe. Il paesino è piccolo, conta circa 500 abitanti, ha carattere per lo più rurale ed artigianale ed i Rinesi si spostano in gran parte per andare al lavoro. Rina fino agli anni 20 faceva comune a sé, venne poi aggregata al Comune di Marebbe, del quale oggi fa parte. Anche qui, come del resto in tutto il comune ed in tutta la Val Badia si parla il ladino.
Rina ha una struttura tipicamente antica ed alpestre, con l’essenziale concentrato a ridosso della chiesa: il campo santo, l’osteria, la canonica e la scuola. In estate è molto frequentata la malga di Rina, vista la sua bellissima posizione e grazie alla ricchezza di funghi dei suoi boschi. In inverno, a Rina si trova tanta pace e tranquillità, lontano da ciò che invece caratterizza le stazioni sciistiche maggiori.”

 

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