Archive for gennaio, 2009

Oggi mio fratello Danilo compie il quasi mezzo secolo, 49 anni, auguri Dan.

 

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DAL SITO LA VOCE

di Massimo Bordignon 26.01.2009

In un immaginario dialogo, un discepolo ingenuo pone al suo illuminato Maestro alcune domande all’indomani dell’approvazione in Italia di una importante legge delega. Si scopre così che il federalismo fiscale è un elettrone, che aspetta di essere osservato. E per questo, il grande sacerdote si rifiuta di dare i numeri. Mentre le vie dell’opposizione sono imperscrutabili come le stelle. Ma la grande riforma risponde perfettamente alle esigenze della comunicazione politica.

 

 

Un Maestro e il suo discepolo traversano a dorso di cammello il deserto del Gobi. Il Maestro è immerso in profonde riflessioni, il discepolo gli lancia di tanto in tanto occhiate timorose. Alla fine, raccolto tutto il suo coraggio, gli rivolge una domanda.

D. Maestro, perché il grande sacerdote Tremontius non tira fuori un numero che sia uno sul federalismo fiscale? Possibile che non si possano stimare gli effetti finanziari di una legge dopo vent’anni che se ne discute?
M. Discipule, il federalismo fiscale nella legge delega è come l’elettrone, che è potenzialmente dappertutto e la cui funzione d’onda collassa determinandone la posizione solo nel momento in cui qualcuno si decide a osservarlo. Ci sono talmente tante possibili variazioni nella legge - tributi, funzioni, strumenti di perequazione, costi e fabbisogni standard e così via - che questa può implicare tutto e il contrario di tutto in termini di distribuzione delle risorse tra centro e autonomie e tra le diverse autonomie. La legge delega collasserà, determinando una posizione precisa, solo quando il governo si deciderà a osservarla, con i decreti attuativi, fornendo un’interpretazione univoca alle dozzine di variabili in gioco.

D. Maestro, ma allora perché Tremontius non lo fa subito e usciamo da quest’assurdità in cui tutti discutono di qualcosa che non si sa cos’è e il Parlamento perfino la vota?
M. Perché nel momento in cui il governo la osserva, e la legge delega collassa in un punto preciso, si determineranno vincitori e vinti, si capirà chi ci guadagna e chi ci perde, e la tenuta della maggioranza sarà a rischio. La cosa migliore per il governo sarebbe trovare una soluzione in cui, almeno all’inizio, tutti ci guadagnano e nessuno ci perde. Dati gli equilibri politici nella maggioranza, questo vorrebbe dire una soluzione in cui si riesce a lasciare un po’ più di soldi agli enti territoriali del Nord, senza toglierli a quelli del Sud. La manovra finanziaria per il 2009 e la revisione dei fondi strutturali europei anche a questo mirava. Ma la crisi economica ha tolto fiato alla strategia, si viaggia a vista, e dunque Tremontius prende tempo e rimanda.

D.Maestro, ma allora ha fatto male l’opposizione ad astenersi?
M.Discipule, le vie della politica italiana sono più difficili da interpretare di quelle delle stelle nel cielo. Non votando contro, l’opposizione ha ottenuto di rimanere in gioco in una riforma importante. E imponendo che il primo decreto attuativo sia presentato entro un anno dalla approvazione della legge, ha costretto il governo a non rinviare la questione sine die e a mostrare le carte prima del previsto, ponendolo in potenziale difficoltà.

D. Maestro, ma al comune cittadino che gliene importa in questo momento del federalismo fiscale? Non ha problemi più seri da risolvere, tipo mettere assieme il pranzo con la cena?
M.Il federalismo fiscale, nel senso di maggior autonomia in un quadro di accresciute responsabilità, fa sicuramente bene al paese e ancor più alle parti più deboli di questo, perché implica maggiore efficienza nella spesa locale, cioè nel 60 per cento della spesa pubblica, tolte pensioni e interessi. Ma implica scelte difficili, revisioni nella distribuzione delle risorse tra centro e periferia e tra le periferie, sanzioni serie nei confronti di un ceto politico locale spesso parassitario, la perdita di potere delle burocrazie nazionali. È complicato da introdurre, anche se la nostra stessa Costituzione ce lo impone.

D. Maestro, considerate tutte queste difficoltà, invece di imbarcarsi in una mega-riforma che nessuno sa dove porta, non sarebbe stato meglio agire in modo più puntuale? Per esempio, migliorare il finanziamento della sanità, rivedere il sistema tributario locale, razionalizzare i trasferimenti erariali, dare risorse e funzioni in più solo agli enti territoriali che hanno mostrato di meritarselo?
M. Qui sei ingenuo, discipule. Lo strumento della legge delega era necessario, perché l’obiettivo dichiarato è quello di riportare gli attuali sistemi di finanziamento e perequazione degli enti territoriali a quanto previsto nella Costituzione. E questo comporta comunque scelte tecniche, non riconducibili alla legislazione normale. Ma è vero che non c’era bisogno di rimettere in discussione tutto e subito. Fissato il quadro generale, si poteva procedere per gradi. Però, l’idea della “grande riforma”, il tutto e subito, risponde molto meglio alle esigenze di spettacolarizzazione della comunicazione politica.

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Ecuador. La famiglia Ayme, Tingo
Spesa settimanale in cibo: 22,50 €
Cibi preferiti: zuppa di patate con cavolo
 
 
 
Italia. La famiglia Manzo, Sicilia
Spesa settimanale in cibo: 215 €
Cibi preferiti: pesce, pasta al ragù, hot dog
 
 
 
USA. La famiglia Revis, North Carolina
Spesa settimanale in cibo: 242 €
Cibi preferiti: spaghetti, patate, pollo al sesamo
 
TUTTE LE IMMAGINI ©Peter Menzel/Grazia Neri
 
Se qualcuno passa per Roma nei prossimi giorni, vi segnalo una bella mostra fotografica , “un viaggio- come si legge nella presentazione - nelle cucine e nelle dispense di tutto il mondo, auto-invitandosi a cena in casa di 30 famiglie “tipiche” di Paesi ed etnie differenti, scelte tra i collaboratori che hanno accompagnato gli autori: guide, interpreti, autisti.
Trenta gruppi familiari in posa con il cibo che verrà consumato nel corso di una settimana. Un’indagine capillare e consapevole sul consumo alimentare e sulla disparità della sua distribuzione nel mondo, in un’epoca di grande cambiamento.”
E’ una mostra che invita a pensare…
 
Hungry Planet. What the world eats, di Peter Menzel & Faith D’Aluisio
 
Dal 23 Gennaio al 28 Febbraio 2009 Mandeep Gallery, Viale Scalo san Lorenzo, 55. Roma
Lunedì – Sabato 11.00 13:30 / 15:00 21:00 Ingresso libero /Chiuso Domenica e Lunedì mattina
 
30 famiglie, 24 paesi nei quattro angoli del mondo, 1 marito fotografo,1 moglie co-autrice, giornalista, scrittrice e food stylist,5 anni di lavoro,una buona dose d’impegno,fame di giustizia q.b.
Questi gli ingredienti alla base della preparazione di Hungry Planet. What the world eats, il lavoro di Peter Menzel e Faith D’Aluisio che Mandeep Photography and beyond è orgogliosa di presentare.
Una mostra prodotta dalle associazioni Solares e Kuminda di Parma, realizzata da Mandeep in collaborazione con la Galleria Grazia Neri, con il patrocinio dell’Assessorato alle Politiche Culturali del III Municipio del Comune di Roma, ed il contributo di Radio Popolare Roma.
Un viaggio nelle cucine e nelle dispense di tutto il mondo, auto-invitandosi a cena in casa di 30 famiglie “tipiche” di Paesi ed etnie differenti, scelte tra i collaboratori che hanno accompagnato la coppia: guide, interpreti, autisti.
Trenta gruppi familiari in posa con il cibo che verrà consumato nel corso di una settimana. Un’indagine capillare e consapevole sul consumo alimentare e sulla disparità della sua distribuzione nel mondo, in un’epoca di grande cambiamento.
Una mostra, che è anche un eccezionale libro, autoprodotto dagli autori, dove accanto alle immagini si possono trovare interviste, ricette, statistiche ed informazioni dettagliate e curiose sulle diverse abitudini alimentari nel nostro pianeta; un po’ atlante, un po’ libro di cucina, un po’ diario di viaggio; tutto il necessario per restituire il sapore ed il colore delle tavole di ogni parte del mondo.
Le tematiche legate al cibo, al suo consumo, alla sua produzione e distribuzione globale sono molte e questo lavoro ha il pregio di far riflettere sulle incongruenze più lampanti.
Le tavole occidentali imbandite di junk food stridono accostate a quelle più povere, dove il colore è dato dagli alimenti invece che dai mistificanti packaging ideati dagli esperti di marketing. Se da un lato vediamo come la globalizzazione ci faccia trovare quasi su ogni tavola bibite, hamburger e cereali per colazione prodotti dalle grandi multinazionali, dall’altro non possiamo fare a meno di notare come milioni di persone in gran parte del mondo, ma soprattutto nel sud del mondo, siano costrette a sopravvivere con un sacco di riso e qualche patata, frutta, verdura e latte fresco, ma quasi mai carne o pesce.
Una famiglia di quattro persone in Germania consuma una media di 400 euro a settimana in cibo, mentre sei persone in Chad si fanno bastare una spesa di cibo di meno di un euro. In Bhutan, nella stessa settimana, vengano consumati circa 125 gr. di carne o pesce secco (e non più di due volte al mese) e 30 Kg. di riso, contro i 5 Kg. di una famiglia cinese, accompagnati però da quasi 6 Kg. di carne e pesce fresco.
Sprechi alimentari istituzionalizzati ormai inconsapevolmente assunti tra le regole del vivere quotidiano, il superfluo come status in una società sorda alle diversità, cieca ed indifferente di fronte ad ogni richiesta di equità e di rispetto dei diritti di tutti, pur nell’eterogeneità e nella globalizzazione del mondo e delle culture, sono i temi più profondi che sottendono a questa preziosa ed analitica documentazione fotografica.

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Un mio amico dice che scrivo spesso cose tristi, ma oggi un comunicato dell’Ansa mi batte :-)

GB: OGGI LA GIORNATA PIU’ DEPRIMENTE DELLA STORIA

LONDRA  - E’ lunedì e si ritorna al lavoro, il tempo è grigio e freddo e imperversa la crisi economica: chi si sente depresso non si stupisca perché oggi, secondo una ricerca britannica, è la giornata più triste della storia. Autore dello studio è lo psicologo Cliff Arnall, secondo il quale a rendere la giornata di oggi la più deprimente non solo dell’anno, ma della storia più recente sarebbero sei fattori: il clima invernale quest’anno piuttosto rigido, le spese natalizie fatte con la carta di credito che ora vanno pagate, i buoni propositi d’inizio anno già miserevolmente abbandonati, la paura di perdere il posto di lavoro, i debiti e la crisi del mercato immobiliare. Secondo un’altra ricerca inoltre, proprio oggi il numero di persone che non si recherà al lavoro perché malata raggiungerà la percentuale record del 22%. Un portavoce di FirstCare, l’organizzazione che ha condotto la ricerca, ha affermato che spesso le epidemie coincidono con i periodi in cui la gente è particolarmente stressata e depressa. "I raffreddori e l’influenza sono spesso sintomi precursori dello stress e della depressione e non stupisce che nell’attuale clima economico ci siano sempre più persone che soffrono di affaticamento e ansia", ha detto

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Oggi vi segnalo il sito del gruppo "Per Venezia Metropoli”, di cui faccio parte e che è coordinato dall’amico Giulio Giuliani. Si tratta di un gruppo di persone di diverse esperienze che si sono ritrovate attorno a 10 dieci idee forti per Venezia metropoli.  Lo scopo è quello mettere in comune il nostro impegno politico per ragionare e intervenire sui temi relativi alla città, e per creare uno spazio dove mettere insieme nuove risorse, capacità e conoscenze, allo scopo di restituire entusiasmo e idealità alla politica cittadina.
Ecco i dieci punti, per il resto vi rimando al sito
 
1. Una nuova idea di città
Venezia, città unica, città unita, può essere la città del futuro e del benessere. Ridiamo forza ai grandi progetti e trasformiamo questa città arcipelago in una moderna metropoli.
 
2. Un cuore e un motore per Venezia metropoli
Insieme, la città antica e Mestre costituiscono il cuore ed il motore dell’area metropolitana. Insieme devono diventare il luogo del pensare e del fare contemporaneo, con la consapevolezza di una storia unica e straordinaria. In particolare, a Mestre spetta il ruolo di trainare tutta la metropoli verso una reale e completa modernizzazione, che ne faccia uno dei centri dinamici della nuova Europa allargata.
 
3. Una città all’altezza delle sfide metropolitane
Venezia deve essere amministrata a scala metropolitana. Sono necessarie forme e strutture di governo che consentano il superamento di istituzioni inadeguate, tra cui la Provincia e gli stessi Comuni, così come sono concepiti oggi. Venezia metropoli deve poter costruire e rafforzare le proprie connessioni interne anche attraverso sistemi di collegamento moderni, rapidi e adeguati alle dimensioni territoriali, demografiche ed economiche.
 
4. Che recuperi la cultura civica
Costruiamo a Venezia un vivere nuovo e di qualità, in cui i cittadini siano attori consapevoli e protagonisti delle scelte. Ai giovani, agli anziani, alle donne e alle famiglie sia consentito costruire spazi e decisioni che li rappresentino.
 
5. Con una classe politica rinnovata
Venezia dev’essere governata da una nuova classe dirigente, fatta di persone competenti, capaci di promuovere comportamenti eticamente e politicamente corretti, orientate al cambiamento e convinte della necessità di modernizzare profondamente il modo di intendere e di vivere la città a scala metropolitana.
 
6. Per una città ecologica e sicura
Una città ben governata, e con un’alta qualità della vita, è una città pulita e sostenibile e una città dove le condizioni di lavoro sono sicure. Venezia, che ha vissuto in proposito un passato pesante, fa tesoro di quanto accaduto nei decenni passati, e si ricostruisce come una vera metropoli ecologica.
 
7. Sulla residenza
La nuova metropoli deve essere concepita anche attraverso la qualità del vivere e dell’abitare: una consistente ripresa demografica e la qualità dell’integrazione dei nuovi abitanti – in ogni parte della città – saranno criteri fondamentali per misurare la rinascita di Venezia.
 
8. Sul turismo
Il turismo deve diventare una risorsa sostenibile in grado di generare qualità della vita, e non degrado sociale, ambientale ed economico. Da una parte, anche questa importante attività deve essere concepita e gestita a scala metropolitana; dall’altra è necessario introdurre limitazioni agli ingressi quotidiani nella città antica, in modo tale da garantire al contempo la qualità dell’offerta e della vita dei residenti.
 
9. Sulla cultura
Venezia deve essere luogo di una produzione culturale che fa tesoro dei grandi eventi e della presenza di grandi istituzioni internazionali. Solo la scala metropolitana può consentire di uscire dalla logica della mera vetrina, per innescare meccanismi virtuosi di coinvolgimento delle risorse imprenditoriali, intellettuali ed economiche necessarie a strutturare le produzioni. Le risorse pubbliche devono sostenere le produzioni, e non gli eventi. 
 
10. Sull’immigrazione e le nuove povertà
Integrare significa costruire sicurezza, cultura e benessere. Lo insegnano la storia della Venezia Serenissima e quella più recente di Mestre e Marghera. Venezia metropoli deve necessariamente costruirsi anche attraverso il pieno riconoscimento culturale civile dei nuovi cittadini.

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Due notizie che oggi mi hanno messo di buon umore, entrambe lette su Repubblica, ma che penso siano riportate anche in altri giornali. La prima riguarda il giovanissimo musicista siciliano Francesco Cafiso che suonerà all’insediamento di Obama, la seconda riguarda la polemica lanciata dai musicisti “colti” verso la musica di Giovanni Allevi dopo l’esibizione al concerto di Natale presso il Senato della Repubblica e più in generale sull’incredibile successo del musicista.
Durante il mio mandato amministrativo ho avuto la fortuna di ospitare entrambi i musicisti presso il teatro di Villa dei Leoni, nell’ambito della rassegna JAM Jazz a Mira organizzata assieme agli amici del circolo culturale Caligola. In entrambi i casi ho dovuto insistere con l’amico Claudio Donà per avere i musicisti citati in quanto considerati non particolarmente di richiamo. Concedetemi, senza passare per presuntuoso, un po’ di lungimiranza e di “naso” per queste scelte fatte in tempi in cui i due musicisti erano ancora degli sconosciuti.
A posteriori sono contento che gli appassionati di jazz abbiamo potuto ascoltare Cafiso e Allevi, anche perché con i cachet che ora hanno, difficilmente l’amministrazione potrà riospitarli.
Allego, in alto la foto che ho scattato assieme a Cafiso nel 2006  e l’articolo di Repubblica che parla del musicista siciliano.
 
 

Il 19enne siciliano, uno dei talenti più precoci nella storia del jazz
sarà ospite di Wynton Marsalis e della Jazz at Lincoln Center Orchestra

Francesco Cafiso a Washington
concerto in omaggio a Obama

di CARLO MORETTI
 

 

PALERMO - Nelle cerimonie che precedono l’insediamento di Barack Obama ci sarà anche un po’ di Italia. Il siciliano Francesco Cafiso, uno dei talenti più precoci nella storia del jazz, sarà ospite di Wynton Marsalis e della Jazz at Lincoln Center Orchestra che suonerà per la "Inauguration and Martin Luther King jr. Day" che si terrà il 19 gennaio prossimo nell’Eisenhower Theater at the Kennedy Center di Washington, una delle iniziative che precedono il giorno dell’insediamento del nuovo presidente degli Stati Uniti.

Ora che ha compiuto 19 anni, è considerato dalla critica jazz tra i 100 musicisti più influenti del pianeta. Ma Francesco Cafiso è soprattutto noto per essersi rivelato come il talento più precoce della storia del jazz, una straordinaria carriera iniziata quando il musicista siciliano nato a Vittoria, in provincia di Ragusa, aveva appena 9 anni e muoveva i primi passi al fianco di musicisti già affermati come Bob Mintzer, George Gruntz, Maria Schneider e Gianni Basso.

Grazie al suo fraseggio ricco da musicista già maturo, quei grappoli di note che ne contraddistinguono lo stile più di ogni altro elemento, Cafiso venne notato al Pescara Jazz Festival nel 2002 dal trombettista Wynton Marsalis, che lo volle subito scritturare per il tour europeo in programma per l’anno successivo. A 13 anni, fu per lui la definitiva consacrazione internazionale.

Da allora, il giovane musicista siciliano non si è più fermato, esibendosi nei maggiori festival e club in tutto il mondo e ottenendo i più prestigiosi premi del jazz, a cominciare dal "Django d’Or" e dall’"International Jazz Award" assegnato ai migliori giovani talenti dagli organizzatori di festival. New York e Tokyo gli hanno aperto le porte, e Cafiso in questi anni si è esibito con i migliori musicisti jazz, tra cui Hank Jones, James Williams e Joe Lovano, e con formazioni storiche come la Count Basie Orchestra.

Cafiso è senz’altro parte del nuovo jazz italiano, molto apprezzato ormai anche all’estero, ma il suo caso da enfant prodige lo ha sottratto al percorso solito dei musicisti jazz, evitandogli quella gavetta nei locali delle grandi città che è ancora oggi un pedaggio obbligato per poter arrivare alla grande ribalta. Ciò nonostante Cafiso è diventato il simbolo della rinascita del nostro jazz, insieme portabandiera di un intero movimento ed emblema della sua vitalità artistica.

(8 gennaio 2009)

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Allego la lettera che ho ricevuto ieri via mail dall’amico Alfeo Babato.
 
Carissimi Democratici. Chi sono i capibastone?
Bene ha fatto il segretario del PD Valter Veltroni a sdoganare questo termine.
Anche se di provenienza mafiosa è un termine che bene si attanaglia ad alcune situazioni presenti nel partito democratico. Qualcuno, come il segretario regionale Giaretta, dice che se si sta sul generico si semina solo disorientamento e quindi sarebbe stato opportuno fare i nomi e i cognomi dei capibastone.
Ma come, caro Giaretta, tu non conosci alcun capobastone veneto?
Cerchiamo allora di definire il termine in maniera più precisa e ben presto i nomi si accenderanno.
Dice il segretario del PD Veltroni: cominciamo con l’applicare con ferma intransigenza il nostro Codice etico, che prevede un robusto elenco di incompatibilità, di conflitti d’interesse, di garanzie, che possono anche essere rafforzate.
Un’altra buona regola è quella del ricambio dei gruppi dirigenti, che deve essere frequente e continuo. Oggi è una vera e propria urgenza. Se vogliamo consolidare il PD, dobbiamo lavorare in modo impegnato, corale e convinto, per creare le condizioni per un forte avvicendamento con una nuova generazione di dirigenti.
Per quanto mi riguarda con il termine capibastone si possono identificare in estrema sintesi coloro i quali hanno rovesciato il rapporto tra potere e consenso : non è più il libero consenso dei cittadini che legittima il potere, ma è il potere che viene utilizzato per acquistare il consenso (cfr.Veltroni)
E sono identificabili in:
·         coloro che hanno acquisito il diritto di governare il partito non per competenza ma per fedeltà ad un capo (sono difficili da individuare).
·         coloro che ricoprono da anni doppi incarichi elettivi e/o amministrativi (sono facili da individuare).
·         coloro che nominati dal partito nei consigli di amministrazione di enti pubblici o a partecipazione non se ne vogliono andare ( sono facili da individuare).
·         coloro che da una vita fanno parte di organi dirigenti del partito (sono facili di individuare)
Come il leader si riconosce per l’indiscusso prestigio, così il capobastone esercita il suo potere attraverso la gestione cinica di un potere fine a se stesso.
Quando l’alternanza o il ricambio si arrestano, e la stessa classe dirigente riesce a conservare sé stessa troppo a lungo, il potere può diventare non lo strumento ma il fine.
Il Partito Democratico è nato per abitare il futuro. Per essere la vela con la quale l’Italia può prendere il vento nuovo: quel vento democratico che oggi sembra essere l’unica energia che può portare il mondo fuori dalla crisi (cfr Veltroni).
A Mira come siamo messi? Ci sono i capibastone?
Penso che l’argomento debba essere affrontato.
Vi ringrazio come sempre della cortese accoglienza e con l’occasione mando a tutti voi i più sinceri auguri di buon anno.
Cordialmente.
Alfeo Babato
 

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E’ uscito qualche giorno fa un commento ai dati emersi dalla ricerca che annualmente svolge la Fondazione Rosselli in collaborazione con Il Corriere della Sera riferiti ai potenziali innovativi delle principali economie mondiali. Si tratta di dati che si commentano da soli e che confermano le difficoltà del nostro paese a rinnovarsi e a cambiare passo. A proposito: il 2009 è stato decretato Anno europeo della creatività e dell’innovazione. Ecco l’articolo
 
Il rapporto La classifica della Fondazione Rosselli valuta i potenziali innovativi delle principali economie mondiali, Italia, l’innovazione è privata , Sedicesimi su 19 Paesi, ma esportiamo tecnologia, Ultimi per laureati e ricercatori, primi per telefonini
 
In apparenza, fra il 2007 e il 2008 è cambiato molto poco. La nuova edizione del Rapporto «Innovazione di sistema» elaborato dalla Fondazione Rosselli in collaborazione con il Corriere della Sera conferma la supremazia nordeuropea e americana nella classifica dei Paesi più capaci di creare le premesse per sviluppo e competitività. Vale a dire quei Paesi in grado di usare al meglio il capitale umano, la ricerca scientifica, ma anche di modernizzare infrastrutture come rete ferroviaria e banda larga di Internet, di produrre brevetti ed alta tecnologia. La Svezia mantiene il primato assoluto, la Finlandia sale dal terzo posto del 2007 al secondo nel 2008, la Danimarca scende dal secondo al terzo, gli Usa si confermano quarti e la Gran Bretagna quinta, seguiti da Olanda, Giappone, Belgio, Canada. L’Italia si ritaglia il sedicesimo posto sul totale dei 19 paesi dell’Ocse presi in considerazione. Rispetto all’anno prima, quand’era 17ma, ha compiuto dunque un piccolo passo avanti, anche se non sufficiente per affrancarsi da quel plotone di nazioni «scarsamente innovative» che comprende, come sempre, Portogallo (sceso dal 16mo al 17mo posto), Grecia (salita dalla 19ma alla 18ma posizione) e Russia (scesa dalla 18ma alla 19ma).
 
La forza dei privati
Ma il quadro che ne emerge non è solo a tinte scure. «La nota positiva del rapporto 2008 è data dalla vitalità mostrata dal settore privato, vale a dire la capacità delle imprese di esportare brevetti e innovazione — osserva Riccardo Viale, responsabile della Fondazione Rosselli —. Per la prima volta assoluta, infatti, l’Italia fa registrare una "bilancia tecnologica" positiva. E a questo si aggiunge il raddoppio dell’attività di venture capital, segno che sono stati individuati progetti da finanziare più interessanti rispetto al passato». Aumenta insomma la capacità di commercializzare le proprie competenze tecnologiche sul mercato internazionale tramite brevetti e licenze. Un caso per tutti resta sempre il fenomeno Geox. Ma anche la capacità di franchising dimostrata da gruppi come quello Benetton. E la capacità di assorbire innovazioni tecnologiche realizzate all’estero da ingegnerizzare e poi ricommercializzare. Anche qui un caso per tutti, quello di Acotel, l’inventore di fatto del fenomeno sms telefonici. O, la capacità di gestire marchi di un gruppo come Autogrill che negli aeroporti americani conduce negozi con brand del calibro di Starbucks. Detto questo dal rapporto emergono anche due elementi nuovi che promettono di avere conseguenze decisive da qui in avanti. L’Italia, in particolare, continua a perdere colpi proprio in quelle «aree» individuate dalla ricerca della Fondazione Rosselli in cui i ritardi odierni rischiano di trascinarsi (amplificandosi) nel corso del tempo, fino a formare un incolmabile gap di competitività rispetto alle nazioni più avanzate. Si va dall’ormai cronica carenza di investimenti in ricerca al basso livello del «capitale umano», al sempre più evidente «analfabetismo» tecnologico della popolazione.
 
Gli investimenti tagliati
Siamo all’ultimo posto assoluto nella classifica 2008 per quanto riguarda la qualità del capitale umano, terz’ultimi in termini sia di «sostegno finanziario alle attività di ricerca», sia per «dotazioni infrastrutturali di base», sia per l’«efficienza dei processi di trasferimento tecnologico tra università e imprese». E ancora: ultimi per percentuale di popolazione laureata, per numero di ricercatori scientifici, penultimi per esportazioni di tecnologie. Secondo Viale, stiamo pagando in pieno il ruolo «molto negativo» svolto dallo Stato nel corso degli anni, segnato da investimenti in innovazione sempre più esigui. Ma ci troviamo anche con il nostro (leggendario) sistema di piccole e medie imprese arretrate tecnologicamente e con una popolazione che, come sempre, detiene il record assoluto di penetrazione di telefoni cellulari (anche nel 2008 gli italiani sono i primi in classifica) ma che pare più propenso a usare queste tecnologie per chiacchierare con parenti e amici anziché per usufruire di servizi internet (qui la classifica ci vede solo in 14ma posizione). Anche se il «sistema paese» mostra una capacità reattiva per esempio nei tempi di apertura di nuove attività. Il tempo medio in Italia è 60 giorni, come l’Olanda, inferiori quindi ai 78 inglesi o i 162 tedeschi, seppur lontani anni luce dai soli 5 giorni necessari in Canada o i 35 francesi e i 36 statunitensi. Un elemento potenzialmente in grado di rimescolare lo scenario dell’innovazione mondiale è legato all’ingresso di Barack Obama alla Casa Bianca, con i suoi dichiarati progetti di investire crescenti risorse in ricerca scientifica e tecnologica.
 
La nuova fase degli Usa
Negli Usa, insomma, sembra destinata a chiudersi una lunga fase, durata per tutta l’amministrazione Bush, in cui ha prevalso quella corrente di pensiero che rifiutava il «tecno-feticismo» per attribuire maggiore importanza alla capacità di sfruttare nel modo più efficiente qualsiasi «invenzione» creata altrove, e mantenere così la supremazia americana nell’economia globale. Detto in altre parole, le nuove tecnologie si possono comprare in Cina come in India, senza darsi tanto la pena di inventarle in casa propria. In questa direzione vanno, per esempio, le idee espresse nel suo «The venture some economy» da Amar Bhidé, docente di business alla Columbia University di New York. Per misurarne gli effetti basta pensare al più recente rapporto dell’Ocse, da cui emerge che, su mille miliardi di dollari spesi l’anno scorso in ricerca e sviluppo (nei campi dell’informatica, delle telecomunicazioni e in generale dell’elettronica), solo un terzo ha avuto come epicentro l’America. E che se fra il 2001 e il 2006 gli investimenti in ricerca delle grandi industrie di Usa ed Europa sono cresciuti solo fra l’1 e il 2%, quelli della Cina hanno fatto un balzo del 23%.
 
Aspettando Obama
Obama promette ora un approccio diverso. Che è potenzialmente in grado di trainare nella stessa direzione le altre economie «innovative» del mondo. Per l’Italia, dove (con buona pace della dimenticata «scuola» di Adriano Olivetti) sia la classe politica sia buona parte dell’establishment imprenditoriale hanno in un certo senso fatto da precursori delle teorie «bidheiane», si tratta di un cambiamento ad alto rischio. «Se si rivelerà per quello che annuncia di voler essere, la presidenza Obama potrà darci la scossa necessaria a uscire dal letargo — osserva Viale —. Altrimenti saremo condannati a diventare un paese sempre meno competitivo».
 
Giancarlo Radice
04 gennaio 2009

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