Archive for marzo, 2009

 

E’ apparso venerdì scorso sul Corriere del Veneto un pezzo che mi posiziona in stand by rispetto al Partito Democratico.
In effetti la notizia che è arrivata fin sulla stampa l’ho esternata a molti interlocutori nelle ultime settimane.
Senza giri di parole: in particolare, solo per limitarmi agli eventi politici più recenti, sto assistendo con crescente insofferenza rispetto a fatti analoghi successi nel recente passato, al metodo spartitorio con il quale si stanno decidendo le candidature nei due collegi miresi per le prossime elezioni amministrative provinciali, di fatto frutto di un accordo tra alcuni esponenti degli ex DS e quel poco che rimane dell’ex Margherita.
Al di là delle semplificazioni, appare evidente infatti che ormai le principali scelte che sono state prese a Mira negli ultimi mesi (dalla defenestrazione dell’ex vicesindaco d’Anna alla scelta del Dirigente Urbanistica) e che verranno attuate per il futuro (vedi Pat, solo per citarne una), sono frutto della decisione ed indirizzo di un ristretto gruppo di persone - o giù di lì.
Ecco, credo che il problema del PD nazionale sia ben riflesso anche a livello locale: una nuova formazione che doveva dare spazio al rinnovamento, alla competenza e al merito, mette nel cestino buone prassi, strumenti di partecipazione, primarie e quanto sa di confronto per affidare le scelte strategiche alle vecchie e delegittimate oligarchie dei partiti e dei sottogruppi che formavano i partiti di provenienza (del terzo fondatore, la cosiddetta “società civile”, sembrano essersi perse le tracce).
In attesa di un congresso di palingenesi, quest’autunno, nel frattempo i milioni di italiani chiamati alle primarie sembra che non servano più, mentre non ci si interroga seriamente sulla “obsolescenza” di vecchi personaggi che solcano la scena politica da sempre: mai chiamati a render conto del proprio operato e a rendere contendibili le cariche di rappresentanza del partito.
Di più: non si mette in discussione il fatto che forse una delle cause di perdita di consenso del Pd è anche da ascrivere al fatto che quel poco di giovane che c’è nel panorama politico ha fatto fin ora (limitata) carriera rispondendo al requisito della assoluta fedeltà ai capi e che quindi vive di luce riflessa e non di luce propria…
Vedete, non sono certo io il primo a sostenere che sia proprio il sistema partitico ad aver generato questi problemi di rappresentanza democratica, e penso anche che la “dittatura del popolo” non potrà di certo risolverli. Fuor di metafora, non credo che affidandoci continuamente al richiedere l’opinione alla gente risolveremo il problema di avere maggiore credibilità, dovremo essere noi in grado di intercettare le esigenze dei cittadini che evidentemente in questo periodo storico si sentono maggiormente rappresentati da altri partiti e movimenti.
Aggiungo subito però, a corollario, una cosa che sembrerebbe contraddittoria: solo se riusciremo ad avere dei politici illuminati che sappiano distinguere le persone in base ai loro “talenti”, valorizzarle per quel che valgono, solo così le cose potranno migliorare.
Ecco allora che una persona che è sempre stata fedele ai capi, ha sempre cucinato gli “ossetti” alle feste, ha sempre aperto la sezione quando c’era bisogno, cercherai di gratificarla con ruoli di “sottogoverno” - per usare un termine antipatico (ma certo meno dell’ormai ubiqua “classe dirigente” in riferimento agli organismi direttivi necessari a un partito)-, non di proporla come biglietto da visita della tua formazione politica. Giusto per fare una esemplificazione.
Invece no: sempre le stesse facce e sempre gli stessi errori, anche, appunto, da parte dei “ggiovani” - buoni, educati e pazienti ad aspettare (che forse verrà il loro turno…), quando invece c’è bisogno ora più che mai di dare segnali di discontinuità, con parole chiare e prese di posizione nette; e con un problema in più però rispetto al passato e cioè la presenza di molti “pensionati” ancora in ottima forma e con un sacco di tempo libero da “mettere al servizio” del Partito.
Al di là di abusati parallelismi con gli altri stati per evidenziare un’eccezione Italia, è - credo - sotto gli occhi di tutti la differenza di visione e di approccio ai problemi politici e sociali che le diverse generazioni hanno, ma mentre in paesi come la Spagna, l’Inghilterra, gli Stati Uniti, la freschezza e la novità hanno un ruolo fondamentale nella scelta dei governanti, in Italia a quanto pare no.
Non ne faccio una questione unicamente anagrafica e a tal proposito vi rimando ad un bellissimo scritto di Claudio Magris apparso sul Corriere della Sera lo scorso Agosto dal titolo: L’arte (ignorata) di uscire di scena- quelli che non vanno mai in vacanza e nemmeno in pensione- il modello Diocleziano e il cattivo esempio dei politici italiani: l’arte di staccare- dice Magris- non è legata ad alcuna età precisa, perché in qualsiasi stagione della vita si può vivere il momento di massima creatività e di massima utilità per gli altri – eppure questo ciclo di stagioni molti si rifiutano di riconoscerlo e prenderne atto.
Eppur qualcosa, forse – nell’Italia, tra i nostri elettori -, si muove, al di là ed oltre le nostre incertezze e tatticismi di questi mesi: ma tutti, in verità, sembrano quasi ineluttabilmente, attendere la grande caduta del PD negli appuntamenti elettorali di giugno (c’è anche il referendum…) per vedere il da farsi.
In questo panorama non è facile prendere delle decisioni che non siano strumentalizzabili dai soliti notabili del partito, che spesso magari colgono le difficoltà e l’inadeguatezza della proposta politica e tuttavia non sono in grado di modificarne il percorso, per il metodo che la politica richiede.
È così: i farraginosi meccanismi dell’attuale politica sono messi in movimento secondo rituali e percorsi che, nell’applicazione, segnano sempre di più il solco che separa le esigenze della società dalle risposte della stessa classe politica. Ore e ore di incontri inconcludenti, quando si sa già quali sono le decisioni che verranno prese: non è un caso quindi che i politici siano all’ultimo posto nei sondaggi in quanto a fiducia da parte dei cittadini.
Credo che l’assemblearismo fine a se stesso, prassi politica ben presente tuttora anche a Mira, abbia contribuito nel tempo alla disfatta della sinistra: lo abbiamo visto, su scala nazionale, con la definizione del programma del governo Prodi.
In realtà ci sarebbe bisogno di una svolta – all’infuori di ogni retorica – epocale, che non vedo neppure in embrione nella nostra realtà locale.

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Autogol del PDRepubblica 4 marzo 2009

I giovani del Pd/6.

Marta Meo responsabile in Veneto della questione settentrionale - "Bisogna essere aperti sui temi del lavoro e all’attacco su laicità e stranieri"

"Basta autogol nel Nord-Est - è ora di parlare alla gente"

CURZIO MALTESE

Marta Meo, 38 anni, veneziana, architetto, due figlie, responsabile del Pd veneto per la questione settentrionale. Un rapporto assai dialettico con la dirigenza nazionale, per usare un eufemismo. Nel 2005 fu una delle protagoniste della vittoria a sorpresa di Massimo Cacciari al Comune contro il candidato diessino, il magistrato Felice Casson. L’ultima polemica col Pd nazionale è stata sulla composizione del nuovo esecutivo ombra.


Che cosa non le piace del nuovo governo ombra di Franceschini?
"E’ una media ragionata fra il governo ombra precedente e l’ultimo governo Prodi, che non sono stati esattamente due successi".

In compenso la segreteria è innovativa, le pare?
"Appunto. Perché tenere al solito i piedi in due scarpe? Tanto valeva rinnovare anche il governo ombra. Guardi, non è soltanto una questione di immagine o di nomi, spesso di qualità".

E allora dov’è il problema?
"Le idee. Prenda Bersani, che è il nome di maggior spicco. Lo stimo molto ma c’era bisogno di novità. E’ stato l’ultimo dei liberalizzatori, quando gli altri parlano d’intervento statale per sostenere l’economia. Arriviamo sempre in ritardo".

A lei non piaceva neppure il governo ombra precedente. Criticò l’assenza del suo concittadino Andrea Martella, ministro ombra delle infrastrutture, all’inaugurazione del passante di Mestre.
"Un bell’autogol, davvero. Ma come, il centrosinistra è sempre stato favorevole al passante, ma il giorno dell’inaugurazione Martella non va perché, dice, è un’opera di regime. Ma i veneti lo volevano, risparmiano tempo e danaro. Sa qual è il vero problema del centrosinistra, al di là della storia vecchi e giovani?".

Che non si sforzano di pensare come i cittadini?
"Sì. E impartiscono lezioni su problemi che non conoscono. Uno che non ha lavorato un giorno nella vita non può venire a spiegare che il passante è un’opera di regime".

Lei invece appartiene al popolo delle partite Iva. Come va con la crisi?
"Molto male, nel Nord Est la crisi è pesantissima, ma non se ne parla. Si discute soltanto di aiutare le banche, le grandi imprese. Qui la gente soffre in silenzio, cerca di salvare le aziende a tutti i costi. Il governo non ci ha capito nulla. Ha detassato gli straordinari che di questi tempi non si fanno più. Ci sarebbe tanto lavoro politico da fare con i piccoli imprenditori".

Voi del Pd del Nord Est vi lamentate di essere considerati come missionari in terra straniera, abbandonati dal partito nazionale.
"Una volta. Ora preferiamo che non venga nessuno da Roma a far danni. Durante il governo Prodi ogni volta che Visco apriva bocca per denunciare il Nord evasore noi facevamo la croce su migliaia di voti".

Ma il problema dell’evasione nelle imprese del Nord Est è reale, non le pare?
"Certo che lo è, ma bisogna capire il fenomeno e non lanciare crociate moraliste. L’evasione fiscale è un tema, ma non il principale. Il più importante è creare lavoro. Spesso poi le soluzioni proposte erano velleitarie, dilettantistiche. E qui le persone lo capiscono. Ormai se vai nel vicentino senti casalinghe parlare di politiche tributarie meglio dei professori di Ca’ Foscari".

Il Pd di Veltroni era partito dal Lingotto con una grande attenzione per i problemi del Nord. Che cosa è successo dopo?
"Che sono arrivati i nomi delle liste e qui a tutti sono cascate le braccia. Ma è vero che Veltroni era stato il primo dirigente del centrosinistra, da molto tempo, a dire cose giuste e non convenzionali sulla questione settentrionale, ovvero sulla modernità. Da qui bisogna ripartire e mi pare che Franceschini ci stia provando".

In Veneto e Lombardia il centrosinistra si trova davanti una specie di muro ideologico, difficile da sfondare anche per chi conosce bene il territorio, com’è stato per Cacciari prima e Riccardo Illy in ultimo.
"Cacciari e ancora di più Illy hanno pagato un atteggiamento comunque aristocratico di fronte ai cittadini, da vicerè mandati in provincia".

La presunzione mista a vago disprezzo con cui i leader del centrosinistra trattano le popolazioni del Nord Est insomma non aiuta a raccogliere consensi.
"Andiamo sul pratico. Voglio proprio vedere stavolta chi candidano alle europee. Perché qui l’Europa è presa molto sul serio, altro che provinciali. Le imprese vivono di esportazioni, tutti hanno rapporti con l’estero, non c’è artigiano che non conosca le leggi comunitarie. La Lega, non per caso, ha impostato tutta la campagna europea sulle macroregioni. Il centrosinistra invece di solito usa le europee come cimitero degli elefanti".

Non c’è il rischio che le critiche del Pd del Nord siano interpretate come un invito a inseguire la destra sul terreno della demagogia, per poi finire a organizzare ronde di sinistra o democratiche cacce al lavavetri? Col risultato di perdere quei pochi voti di sinistra e non prenderne mezzo dall’altra parte.
"E’ tutto il contrario. Noi dovremmo essere molto aperti sulla questione del lavoro, sganciarci dalla gabbia del sindacato e della difesa dei garantiti. Ma poi andare all’attacco sulla laicità e sui diritti di cittadinanza, per italiani e stranieri. Chiedere con forza il diritto di voto per i migranti. Per fare tutto questo ci vuole coraggio. Ma col moderatismo siamo arrivati al 22 per cento. Che cosa abbiamo da perdere?".

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di ILVO DIAMANTI
Repubblica 1 marzo 2009
 
SCOMPARSI. Molti elettori che un anno fa avevano votato per il Pd: chissà dove sono finiti. I sondaggi condotti dai maggiori istituti demoscopici, infatti, oggi stimano il voto al Pd fra il 22 e il 24%. Alcuni anche di meno. L’IdV di Antonio di Pietro, parallelamente, ha pressoché raddoppiato i consensi e si attesta intorno al 9%. Le diverse formazioni riunite un anno fa nella Sinistra Arcobaleno, infine, hanno risalito la china, ma di poco. Nell’insieme, queste stime di voto non danno risposta al quesito. Anzi: lo rilanciano. Dove sono finiti gli elettori che avevano votato per il Pd nel 2008?
 
Rispetto ad allora mancano circa 10 punti percentuali. L’IdV ne ha recuperato qualcuno. Ma non più di 2 o 3, secondo i flussi rilevati dai sondaggi. E gli altri 7-8? Quasi 3 milioni di elettori: svaniti. O meglio: invisibili a coloro che fanno sondaggi. Perché si nascondono. Non rispondono o si dichiarano astensionisti. Oppure, ancora, non dicono per chi voterebbero: perché non lo sanno.
 
Certamente, non si tratta di una novità. L’incertezza è una condizione normale, per gli elettori. D’altronde, è da tempo che non si vota più per atto di fede. Inoltre, non si è ancora in campagna elettorale. E di fronte non ci sono elezioni politiche, ma altre consultazioni, nelle quali gli elettori si sentono più liberi dalle appartenenze. Come dimenticare, d’altronde, che il centrodestra ha perduto tutte le elezioni successive al 2001? Amministrative, europee, regionali. Fino al 2006: tutte. Forza Italia, in particolare.
 
Nei mesi seguenti alle regionali del 2005 i sondaggi la stimavano sotto il 20%. Dieci punti in meno rispetto al 2001. Come il Pd oggi. Ridotto al rango del Pds nel 1994. Sappiamo tutti cosa sia successo in seguito. Parte degli elettori di FI sono rientrati a casa, trascinati dal loro leader. Mobilitati dal richiamo anticomunista. Dalla paura del ritorno di Prodi, Visco e D’Alema.
 
Se ne potrebbe desumere che qualcosa del genere possa avvenire, in futuro, anche nella base elettorale del Pd. Ma ne dubitiamo. Non solo perché un richiamo simmetrico, in nome dell’antiberlusconismo, oggi è già largamente espresso - urlato - da altri attori politici. Primo fra tutti: Di Pietro. Non solo perché le elezioni europee - come abbiamo detto - non sono percepite come una sfida decisiva. Visto che sono, appunto, europee. Ma perché la defezione dichiarata nei confronti del Pd ha un significato diverso da quella che colpiva il centrodestra negli anni del precedente governo Berlusconi.
 
Allora, gli astenuti reali (rilevati alle elezioni) e potenziali (stimati dai sondaggi), tra gli elettori di FI, erano semplicemente "delusi". Insoddisfatti dell’andamento dell’economia e dell’azione del governo. Il quale aveva alimentato troppe promesse in campagna elettorale. Difficili da mantenere anche in tempi di crescita globale. Mentre, dopo l’11 settembre del 2001, quindi subito dopo l’insediamento, era esplosa una crisi epocale, destinata in seguito ad aggravarsi. Si trattava, perlopiù, di elettori senza passione. Moderati oppure estranei alla politica. Non antipolitici. Semplicemente impolitici. Non era impossibile risvegliarli. Spingerli ad uscire di nuovo allo scoperto. Il caso degli elettori del Pd è molto diverso, come si ricava da alcuni sondaggi recenti di Demos.
 
Coloro che, dopo averlo votato un anno fa, oggi si dicono astensionisti, agnostici o molto incerti (circa il 30% della base PD) appaiono elettori consapevoli, istruiti, politicamente coinvolti. Rispetto agli elettori fedeli del PD, si collocano più a sinistra. Si riconoscono nei valori della Costituzione. Sono laici e tolleranti. Ça va sans dire. Oggi nutrono una sfiducia totale nei confronti della politica e dei partiti. Anzitutto verso il Pd, per cui hanno votato. Per questo, non si sentono traditori, ma semmai traditi. Perché hanno creduto molto in questo soggetto politico. Per cui hanno votato: alle elezioni e alle primarie. E oggi non riescono a guardare altrove, a cercare alternative.
 
La loro sfiducia, d’altronde, si rivolge oltre il partito di riferimento. Anzi: oltre i partiti. Oltre la politica. Si allarga al resto della società. Agli altri cittadini. Con-cittadini. Rispetto ai quali, più che delusi, si sentono estranei. Gli ex-democratici. Guardano insofferenti gli italiani che votano per Berlusconi e per Bossi. Quelli che approvano le ronde e vorrebbero che gli immigrati se ne tornassero tutti a casa loro. La sera. Dopo aver lavorato il resto del giorno nei nostri cantieri. Gli ex-democratici. Provano fastidio - neppure indignazione - per gli italiani. Che preferiscono il maggiordomo di Berlusconi a Soru. Che guardano Amici e il Festival di Sanremo, il Grande Fratello. Che non si indignano per le interferenze della Chiesa. Né per gli interventi del governo sulla vicenda di Eluana Englaro.
 
Non sono semplicemente delusi e insoddisfatti, come gli azzurri che, per qualche anno, si allontanarono da Berlusconi. Ma risposero al suo richiamo nel momento della sfida finale. Questi ex-democratici. Vivono da "esuli" nel loro stesso paese. Lo guardano con distacco. Anzi, non lo guardano nemmeno. Per soffrire di meno, per sopire il disgusto: si sono creati un mondo parallelo. Non leggono quasi più i giornali. In tivù evitano i programmi di approfondimento politico, ma anche i tiggì (tutti di regime). Meglio, semmai, le inchieste di denuncia, i programmi di satira. Che ne rafforzano i sentimenti: il disprezzo e l’indignazione.
 
Questa raffigurazione, un po’ caricata (ma non troppo), potrebbe essere estesa a molti altri elettori di sinistra (cosiddetta "radicale"). Scomparsi anch’essi nel 2008 (2 milioni e mezzo in meno del 2006: chi li ha visti?). Non sarà facile recuperarli. Per Franceschini, Bersani, D’Alema, Letta. Né per Ferrero, Vendola, lo stesso Di Pietro. Perché non si tratta di risvegliare gli indifferenti o di scuotere i delusi. Ma di restituire fiducia nella politica e negli altri. Di far tornare gli esuli. Che vivono da stranieri nella loro stessa patria.
 
 

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