Archive for settembre, 2009

 

Non so se vi è capitato in queste ultime settimane di recarvi presso le stazioni ferroviarie di Mestre o di Venezia, a me capita tutti i giorni.
Volevo farvi partecipi di una cosa che trovo demenziale: si tratta dei nuovi display degli orari dei treni.
Sarà che sto diventando vecchio ma li trovo illeggibili e assolutamente peggiorativi dei precedenti.
Di solito le cose quando si cambiano dovrebbero migliorare, ma così non è.
Quando entrate nella stazione di Venezia se alzate istintivamente lo sguardo ai vecchi tabelloni li troverete desolatamente vuoti. Per trovare i nuovi dovete andare davanti ai binari oltrepassando un gazebo che ospita un mini negozio e solo poi riuscirete a vedere il nuovo tabellone con gli orari scritti a caratteri piccoli e molto ravvicinati.
Insomma quasi indecifrabili se non vi avvicinerete fino a sotto i tabelloni.
A Mestre il discorso è analogo oltre al fatto che i display del sottopasso sono a caratteri ancora più piccoli, non a led ma a cristalli quindi ancora meno visibili, tanto che si leggono solo a 1 metro di distanza: bisogna mettersi in coda per consultarli.

Voi che ne pensate?

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Lo so è da tanto che non scrivo. Qualche amico che mi conosce bene e che sa come la penso sull’attuale situazione politica mi ha suggerito di riprendere il filo e di parlare di cultura. In effetti in questi giorni si sta consumando una forte protesta da parte del mondo dello spettacolo per il mancato rimpinguamento del capitolo ministeriale riguardante il Fondo Unico dello Spettacolo.
Il FUS è stato creato con l’articolo 1 della legge 30 aprile 1985, n. 163 ("Nuova disciplina degli interventi dello Stato a favore dello spettacolo") per fornire sostegno finanziario ad enti, istituzioni, associazioni, organismi e imprese operanti in cinema, musica, danza, teatro, circo e spettacolo viaggiante, nonché per la promozione ed il sostegno di manifestazioni e iniziative di carattere e rilevanza nazionale in Italia o all’estero.
Secondo l’articolo 15 della legge 163/85, il FUS viene rifinanziato ogni anno con la legge finanziaria e viene ripartito tra i vari settori con un decreto del Ministro per i beni culturali. Per l’anno 2009 il finanziamento stabilito dalla legge 22 dicembre 2008 n. 203 ("Legge finanziaria 2009"), tabella C, è di 398.036.000 euro. Secondo il decreto ministeriale emanato il 13 febbraio 2009, questa somma, al netto di 20 milioni di euro destinati alle fondazioni lirico-sinfoniche, viene ripartita nei seguenti settori:
a) enti lirici 47,5%
b) attività cinematografiche 18,5%
c) attività di prosa 16,3%
d) attività musicali 13,7%
e) attività di danza 2,3%
f) attività circense 0,2 %
Il taglio per il 2009 ammonta a 82 milioni di euro in meno, il che significa scendere dai 460 del 2008 ai 378 del 2009.
È sceso in campo anche il presidente Giorgio Napolitano che ha messo nero su bianco un «convinto invito alla riflessione e a ogni possibile ripensamento» per la vicenda del mancato reintegro dei soldi, «al di là delle imminenti votazioni in parlamento».
Il Presidente ha aggiunto : ‘Non esito a condividere le preoccupazioni che mi rappresentate’. Per Napolitano serve un ‘impegno molto più deciso e concreto per la cultura e l’arte italiana.
Che dire? Mi viene in mente tutta la polemica scatenata dall’uscita di Baricco qualche mese fa circa un diverso uso delle risorse pubbliche nel settore.
Riporto un piccolo frammento del suo pensiero sugli enti lirici (nel Veneto ne abbiamo 2 Arena e Fenice).
(…) fare il teatro lirico in un modo diverso da quello usato dallo Stato attualmente è impossibile fino a che lo Stato farà il teatro lirico in quel modo con la scusa che in altri modi è impossibile. Traduco ancora: nessuno può fare meglio dei Teatri Stabili in un mondo con i Teatri Stabili: ma nessuno può dire che questo sarebbe impossibile in un mondo senza Teatri Stabili. È una faccenda di cambio di scenari, di regole, di confini. Quando vedo tanta, appassionata gente di teatro chiedersi incredula se mi sono bevuto il cervello a immaginare un avvento dell’ impresa privata nel loro mondo, riconosco la stessa miscela di buon senso e cecità che mi affascina in altri umani messi di fronte a situazioni simili: i dirigenti della British Air il giorno prima che aprissero un volo low cost Londra-Dublino, i direttori della Treccani il giorno prima che inventassero Google e Wikipedia, i direttori di giornali l’ ultimo giorno prima di vedersi uscire la free-press, gli editori il giorno in cui qualcuno inventò i tascabili, il mobiliere il giorno prima di scoprire che esisteva Ikea, e il mio barista il giorno prima che inventassero Starbucks.
Concludo dicendo: chi governa è legittimato a darsi delle priorità sulle quali poi chiederà il consenso; ma se si vuole cambiare radicalmente un settore bisogna anche dare gli indirizzi e delle prospettive a medio-lungo termine, non si possono aspettare ogni anno le leggi di bilancio per sapere di che morte bisogna morire. Come ha detto sopra il Presidente della Repubblica: “ è decisivo il più vasto chiarimento sulle priorità cui ancorare la spesa pubblica”.

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Il Riformista 23 maggio 2009
Nicodemismo democratico, l’ultima tentazione
Andrea Romano
 
La novità di queste settimane è il nicodemismo democratico. Ovvero la tendenza di alcuni a non votare PD pur continuando a fare campagna elettorale per il PD. È cosa diversa dall’astensionismo dell’elettore democratico, dalla sua fuga verso Di Pietro o anche dal ritorno a casa di coloro che avevano optato per il PD nei giorni ormai lontani del “voto utile” e che ora si preparano a sostenere nuovamente i socialisti o i vari neocomunisti.

No, il nicodemista democratico è qualcosa di più che un semplice elettore. È un militante di lunga data o persino un dirigente, che questa volta non ce la fa proprio a votare PD. Ma lo confida solo ai familiari e agli amici più fidati, mentre in pubblico continua a far professione di fede per il Partito democratico. E quindi si impegna in campagna elettorale, ove necessario. E quindi recita con buon mestiere la parte di colui che convince altri a votare un partito che lui per primo non voterà. E quindi aggiorna al nostro tempo il modello che fu di Nicodemo, il fariseo che riconobbe in Gesù Cristo il Messia continuando a negare in pubblico la propria fede, e poi dei molti protestanti che finsero di osservare i precetti della Chiesa di Roma per sopravvivere alle persecuzioni o ancora dei moltissimi che in ogni tempo hanno dovuto conciliare convinzioni personali eterodosse con contesti storici che non permettevano alcuna deviazione.
Personalmente ne conosco almeno tre, che è già un buon numero considerando la mia scarsa frequentazione con la dirigenza del PD. Immagino dunque che ve ne siano molti di più. Tutte persone per bene, mai colpite dal vizio della pavidità. Al contrario, uomini e donne intelligenti e combattive. Che in anni meno paciosi di questi non hanno mai temuto di affrontare il dissenso interno in partiti dove non sempre il dissenso era ben tollerato. Persone che oggi, dinanzi ad un PD che avrà molti difetti ma certamente non può incutere alcun timore di rappresaglie, non riescono tuttavia ad esprimere pubblicamente il rifiuto di un partito nel quale non si riconoscono più.

La spiegazione più semplice sarebbe la mancanza di coraggio personale. Ma di questo non può trattarsi, almeno per quei casi che mi è capitato di osservare da vicino. È quindi possibile che la ragione sia più tortuosa ma non priva di senso politico. Ed è quella secondo la quale il nicodemista democratico è convinto che solo un risultato elettorale inequivocabilmente disastroso per questo PD e per questa leadership permetterebbe di salvare il progetto del Partito democratico, nel quale egli continua a credere con forte convinzione e a dispetto di ogni più recente delusione. È una spiegazione troppo nobile? Forse, ma merita di essere presa sul serio. Perché esiste effettivamente il rischio che un risultato mediano, se non mediocre, congeli il PD nella situazione in cui si trova in queste settimane. Privo di strategia politica diversa da quella del recupero di una parte dell’elettorato antiberlusconiano maggiormente tentato dal dipietrismo, privo di una leadership diversa da quella onestamente transeunte incarnata da Franceschini, privo di una prospettiva di investimento sul futuro diversa dal pieno ritorno in carica di quei capibastone che per ora si accontentano di governare da lontano il PD.

Il nicodemista democratico auspica dunque una botta che sia indiscutibile e risolutiva, dopo la quale nessuno potrebbe continuare a far finta di niente. In questo senso il suo comportamento fa il paio con quanto sta accadendo in molte competizioni amministrative del Lombardoveneto dove i candidati democratici hanno scelto il metodo “meno ti fai vedere in giro abbinato al logo PD e meglio è”, come ha raccontato ieri Marco Alfieri sul "Sole 24 Ore". Entrambi perseguono l’obiettivo del salasso a fin di bene, che costringa dirigenti e militanti a guardarsi bene in faccia per decidere da che parte andare senza poter star fermi dove si sono ritrovati impantanati.
 
È un’intenzione benevola, ma non è detto che si risolva nel risultato auspicato. Perché la capacità di questa leadership collettiva di far buon viso a cattiva sorte è stata ormai provata in cento occasioni, e niente impedirebbe anche questa volta di recitare la parte della “tenuta del partito dinanzi alle affrettate previsioni di tracollo”. Che sarebbe poi la premessa per una discussione preconfezionata sul dopo-elezioni, con un congresso da tenersi solo quando fosse già stata concordata una soluzione capace di rassicurare tutti coloro che hanno qualcosa da perdere da una vera ripartenza del progetto PD. Ma forse ci sarebbe un’altra strada per arrivare allo stesso obiettivo, lontana dal modello di Nicodemo ma più consona ai nostri tempi. Quella di dire la verità già ora, spiegando perché questo PD rischia di non meritare il voto persino di molti dei suoi dirigenti. Per quanto la campagna elettorale non aiuti la franchezza, soprattutto dinanzi ad un Berlusconi tornato ai massimi della boria, sarebbe un metodo ben più efficace di quella “dissimulazione onesta” che può essere ormai compresa solo da pochi e stanchi nostalgici del tempo che fu.

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L’espresso 14-05-2009
Perché la Francia non è l’Italia
 
I francesi hanno l’abitudine di valutare l’Italia un caso anomalo. Una democrazia viziata da molti aspetti singolari per essere davvero una democrazia. Nella prima Repubblica: l’assenza di alternanza. Nella seconda: la predominanza politica conquistata da un imprenditore mediatico. Questa consuetudine comparativa, però, può funzionare anche se si inverte la prospettiva. Se, cioè, si usa la lente italiana per cogliere le differenze che, almeno a prima vista, "svantaggiano" la Francia. Per esempio: il diverso modo di reagire alla crisi che investe l’economia e il mercato del lavoro. In Italia, si sente, eccome. Però fin qui non ha prodotto nulla di paragonabile a quel che è avvenuto in Francia. Dove le cose non vanno peggio che da noi. Pensiamo, anzitutto, al sequestro dei manager di importanti aziende ad opera dei dipendenti. Alla Sony e a Caterpillar, a 3M e Continental, a Molex e alla Peugeot. Azioni estreme, ma sostenute da un consenso popolare ampio e perfino imbarazzante. Parallelamente, è cresciuta la protesta sociale. Le celebrazioni del primo maggio hanno assunto proporzioni impensabili, trasformandosi in una manifestazione di massa, estesa a tutto il Paese, di segno antisarkozysta e antigovernativo. D’altronde, la sfiducia dei cittadini è altissima, soprattutto nei confronti di Sarkozy. In Italia, al contrario, gli indici di fiducia in Berlusconi e nel suo governo sono fra i più elevati nella storia della seconda Repubblica. Da cosa origina questa profonda differenza del sentimento sociale, tra Italia e Francia, di fronte a problemi largamente convergenti e comuni? Saremmo tentati di chiamare in causa i vizi e le virtù nazionali. Per quel che riguarda la Francia, in particolare: l’identità repubblicana insieme all’ampio grado di riconoscimento nello Stato espresso dai cittadini. Parallelamente: il senso civico dei francesi. E ancora: la loro abitudine alla protezione esercitata dallo Stato sulla vita sociale e personale. Nell’economia e nell’impresa (perlopiù di grandi dimensioni). Da ciò il contrasto che oggi lacera il sentimento dei francesi. Da un lato, la confidenza nei confronti dello Stato che vede, prevede e provvede un po’ in tutti i campi. Dall’altro, le scelte del presidente e del governo, volte a spostare il baricentro del "sistema francese" dallo Stato al mercato e dal pubblico al privato in gran parte dei settori. La scuola, l’assistenza, la previdenza, i servizi. E ciò avviene proprio mentre Nicolas Sarkozy, per stile, comunicazione e strategia, tende a presidenzializzare questa Repubblica semi­presidenziale. Personalizzando ulteriormente lo Stato. Da qui il corto-circuito. La promessa di previdenza e sicurezza "sociale" costitutiva dello Stato entra in collisione con le scelte di chi oggi lo interpreta in modo così esuberante. E ciò produce le esplosioni rabbiose e improvvise degli ultimi tempi. In un paese che conserva, nella propria memoria storica, il regicidio e la rivoluzione. Dove solo 15 anni fa i pescatori, per esprimere la loro protesta, sconvolsero Rennes, capitale della Bretagna. L’antico palazzo del Parlamento, nell’occasione, andò in cenere. Oggi i pescatori bretoni si sono risvegliati. Come i ferrovieri, il personale di Air France, gli studenti, i professori, i medici e gli infermieri. Tutti contro Sarkozy. Contro lo Stato. Il  problema dei due paesi, in fondo, è speculare. L’Italia ha uno stato debole (con la "s" minuscola), come il senso civico, ma una Società forte (con la "s" maiuscola). Per quanto particolarista, familista, localista, clanico. O forse proprio per questo. Capace di assorbire le tensioni più forti, giorno per giorno. Non riesce a organizzare il proprio futuro ma riesce a galleggiare nelle tempeste del presente. La Francia, invece, ha uno Stato forte. La società ne fa uso costante. Per proteggersi nel presente e guardare al futuro. Quando il presente è grigio e l’orizzonte buio allora la società esplode. O forse implode. lo, che sono italiano ma passo molto tempo in Francia, vivo questa fase con qualche difficoltà. Perché in Italia sono sopraffatto dal presente, mentre in Francia non riesco più a scorgere il futuro.

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Dalla Nuova Venezia del 10 maggio un intervento di Gianfranco Bettin
“Il Giro d’Italia che parte da Venezia ci ricorda come sia vario e lungo e ricco di luoghi e di esperienze questo nostro paese e come anche la politica possa e debba guardarne le storie e i luoghi per apprendervi buone lezioni. Il disastrato centrosinistra, ad esempio,  può guardare a Trento da cui viene oggi uno dei pochi messaggi vincenti per la coalizione. Anche dal Veneto, dove è minoranza cronica, vi si dovrebbe guardare. Anche da Venezia, dove è al governo ma non senza problemi. Le lezioni politiche sono come le tappe del Giro, o le segui al momento giusto o le perdi del tutto, per molto tempo.
Qualcuno ha visto come elemento originale dell’esperienza trentina soprattutto l’apertura all’Udc. E’ certo questo un elemento significativo, perché ha spinto il centrosinistra al di là del suo perimetro tradizionale sottolineando come gli incontri più proficui non avvengano sulla base di pregiudizi ma di accordi programmatici da ricercare senza remore. Tuttavia, a ben guardare, non è questo l’elemento decisivo: l’Udc a Trento ha avuto solo il 2,7 % dei voti (sul 64,4 % della coalizione guidata da Alessandro Andreatta).La vera differenza, la vera novità trentina sta nella scelta coerente del Pd locale e dei suoi alleati di qualificarsi come forza territoriale, radicalmente federalista, protagonista di un patto stipulato in primis con la comunità. Un Pd capace di questa scelta, di questa innovazione, insieme con l’Unione per il Trentino di Lorenzo Dellai (17 %), gli autonomisti del Patt, i Verdi e altre forze (Udc compresa), hanno reinventato la coalizione, unendo buon governo locale a lungimiranza e coraggio politico. Esattamente quello che è mancato a livello nazionale e, finora, nella stessa esperienza veneta del centrosinistra.
E a Venezia? Da qui, soprattutto con Massimo Cacciari, sono venuti spesso inviti a seguire in Italia e nel Veneto una via – “mutatis” - di tipo trentino. “Prediche inutili”, inascoltate. E, però, poco praticate anche nella stessa Venezia, dove di audacia politica alla Dellai, per dire, se ne è vista finora poca, in concreto. Eppure, ce ne sarebbero le condizioni. C’è un’esperienza forte e ricca di governo locale, pur non priva di limiti. C’è una classe politica né ingenua né consunta, con personalità di rilievo, con radici popolari e prestigio culturale, presente nell’industria come nell’università, nei nuovi ceti professionali, tra artigiani e commercianti, nelle nuove realtà urbane: insomma, sono ben vivi i legami col territorio e le sue comunità (lo stesso Zoggia ha intelligentemente lavorato su questo per dare tenuta ed efficacia alla coalizione che lo sostiene alle elezioni provinciali). E’ su questa base che potrebbe, dunque, creativamente rinnovare la propria identità e la propria configurazione. A suo tempo, una parte di tale classe fu protagonista di un rinnovamento programmatico quando, sul finire degli anni ottanta, ripensò alla città. Venne da lì – col concorso di tanti e con la leadership in particolare di Gianni Pellicani e di Massimo Cacciari - la svolta che poi condusse al lungo e fecondo ciclo di governo di Venezia. Un ciclo ancora in corso perché, nel frattempo e dal “desk” dell’amministrazione stessa, si è saputo mettere in campo una ulteriore idea di città, affrontando le nuove contraddizioni e ridisegnando via via le politiche fondamentali (un nuovo welfare, una difficile ma audace politica urbanistica e ambientale, una presenza nuova nel campo dell’economia e del lavoro).
Ora un’altra stagione è finita e serve un nuovo salto di qualità. Lo si sente nel susseguirsi di iniziative di studio sulla città, come quelle della Fondazione intitolata proprio a Gianni Pellicani, ma anche della Fondazione Duomo o come quelle dei “40 x Venezia” e di altre associazioni in centro storico e in terraferma. Lo si vede nelle inquietudini che attraversano il Pd, con fuoriuscite e delusioni. In ciò che accade a sinistra. Nella lontananza e nelle “eresie” degli ambientalisti locali rispetto all’andazzo nazionale. Nella ricerca di nuove e disparate soluzioni “civiche”. Tutto questo può tradursi in una nuova spinta rigeneratrice, ma può anche portare alla disgregazione, a rotture irreparabili, mettendo in causa la possibilità stessa di ricreare una coalizione vincente alle prossime amministrative, ma, prima ancora e più gravemente, di essere in grado di interpretare e rappresentare adeguatamente i problemi e le speranze di questa città.
Forse Massimo Cacciari, prima di fare in futuro ciò che ha in cuore, nei mesi finali del suo mandato potrebbe dedicarsi ad avviare, in concreto, questa svolta, dopo averla a lungo predicata. Non da solo, certo, ma con i molti che, per la storia sopra ricordata o per la giovane energia che hanno, sarebbero in grado di impegnarsi per un salto di qualità nel rapporto tra politica e città, se chiamati a concorrere con la massima apertura e trasparenza e ricerca di partecipazione. Una sorta di Partito o Unione o Che Altro “per Venezia” – e magari per il Veneto - non qualunquista, non neutro, bensì democratico, federalista, ambientalista, capace di riforme radicali nell’ambito delle competenze istituzionali che potrà assumere, non isolato od ostile alla dimensione nazionale ma pienamente autonomo, fedele soprattutto alla propria dimensione territoriale. Capace, infine, di contagiare felicemente l’intera coalizione, ricostruendola ex novo a partire da convergenze non aprioristiche, verificate nel vivo delle cose. Sarebbe un’altra decisiva tappa, dopo Trento, del lungo  duro affascinante Giro che ha per traguardo il profondo rinnovamento della politica e del paese – e, per noi, il miglior futuro di Venezia e del Veneto.” 

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Ho conosciuto Giorgio Pattaro, che è mancato nei giorni scorsi. Una vita impegnata nel mondo delle Cooperative con una grandissima passione. Di seguito pubblico un post apparso nel blog del pd di Meolo.
Post n°15 pubblicato il 05 Maggio 2009 da neomeolo
Giorgio vive e lotta con noi
Giorgio se n’è andato. Ieri.
Io, che gli voglio un bene senza limiti, mi sento triste. Disperato. Senza consolazione.
Forse non si dovrebbe scrivere sotto la dettatura dell’emozione, potrebbe essere forviante: c’è la possibilità di cadere nella glorificazione, nella retorica, nella leziosità. Per l’affetto che nutro per Giorgio, correrò il rischio.
Innanzitutto: chi è Giorgio Pattaro?
Giorgio è un marito e un compagno pieno di attenzioni, è un papà affettuoso, è un uomo appassionato del proprio lavoro. L’eccezionalità sta nell’intensità, nell’impegno, nel coraggio, nell’umanità, nella coerenza che hanno sempre accompagnato la sua esistenza anche nell’affrontare avversità e prove che avrebbero impaurito e disorientato chiunque.
Un uomo vero, molto amato.
Di Giorgio potrei raccontare tutto o quasi: delle sue passioni giovanili per il calcio, della sua attività all’interno dell’oratorio di Meolo, delle prime pratiche politiche nel movimento giovanile della Democrazia Cristiana, dell’esperienza nel MDP, del suo approdo da indipendente nel PCI e poi di militante comunista e cattolico, e poi democratico di sinistra e adesso democratico, del suo lavoro alla Fincantieri e poi nel mondo della cooperazione, della scomparsa prematura del suo papà e di quella tragica della sua mamma, dei suoi figli, della sua compagna, dei suoi interessi culturali, delle sue letture, della sua squadra del cuore.
Tutta un vita corsa senza fermarsi, senza guardarsi indietro, con uno spirito volenteroso, generoso, costruttivo. Soprattutto lavorando nel mondo della cooperazione, nella quale Giorgio vedeva la realizzazione pratica degli ideali di giustizia, di eguaglianza, di solidarietà, di libertà che avevano ispirato i primi passi nell’attività politica e sindacale.
Qualche giorno fa, anche se provato e fiaccato, mi ha confidato: "Io continuo a pensare positivo". Poi mi ha chiamato a sè, mi ha dato un abbraccio e un bacio.
Continuo a pensare a Giorgio con gratitudine e commozione. Penso che Giorgio sia proprio uno dei lampadieri cari a Tom Benetollo, di quelli che tengono la pertica della lampada rivolta all’indietro e così vedono poco davanti a sé, ma illuminano dietro, consentendo ai viaggiatori di camminare più sicuri.
Io, che sono stato illuminato dalla lampada di Giorgio, voglio ringraziarlo ancora una volta, dargli un bacio, un abbraccio stretto, stretto, e dirgli che gli ho voluto bene e che gliene voglio tanto, tanto, tanto, tanto, tanto, …
 

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Vi allego un pezzo interessante uscito oggi sul sito de LA VOCE ( ho segnato in neretto alcuni passaggi significativi)
 
QUANDO IL SINDACO PENSA ALLA CULTURA
 
Nelle campagne elettorali si sente spesso ripetere dai candidati sindaci e consiglieri del centrosinistra che le giunte comunali di centrodestra tendono in genere a sacrificare la spesa culturale. E’ vero? E più in generale, da quali variabili dipende la spesa culturale dei comuni italiani? Uno studio mostra che il colore politico dell’amministrazione non esercita alcun effetto significativo. Mentre il sindaco che corre per la seconda volta o non può essere rieletto investe meno in cultura. Forse per compiacere l’elettore mediano.
Con l’avvicinarsi della tornata primaverile delle elezioni amministrative, siamo tutti più esposti alle trovate elettorali di candidati sindaci e assessori uscenti delle nostre città. Molti di noi, ad esempio, giurerebbero di aver assistito, in questi ultimi mesi, a un intensificarsi delle inaugurazioni di nuove biblioteche e teatri da parte delle giunte uscenti, e a un insolito presenzialismo di sindaci e assessori a una rutilante girandola di eventi culturali sponsorizzati dai comuni, dai concerti di musica classica ai festival della scienza alle sagre eno-gastronomiche. Nelle campagne elettorali si sente inoltre ripetere dai candidati sindaci e consiglieri del centrosinistra che le giunte comunali di centrodestra tendono in genere a sacrificare la spesa culturale.
Ma è proprio vero che la spesa culturale dei comuni italiani risponde così prontamente all’orientamento ideologico delle giunte e al ciclo elettorale? E, in generale, da quali variabili dipende?
IL COLORE POLITICO NON CONTA
In Italia i comuni gestiscono biblioteche, musei, pinacoteche e teatri cittadini; finanziano un’agenda, talvolta fittissima, di eventi culturali; e organizzano mostre e festival anche di grandissimo richiamo. Lo Stato a partire dal 2000 ha provveduto a pesanti tagli alla spesa in cultura, mentre è cresciuto il ruolo dei comuni. Le disparità tra enti locali in termini di spesa culturale pro capite sono però enormi. (1) Cosa determina questa differenza?
Utilizzando i dati della spesa culturale dei 106 capoluoghi di provincia italiani negli anni 1998-2005, è possibile dare risposta a questi interrogativi. (2) Controlliamo per una serie di variabili economiche e socio-demografiche, tra cui il reddito pro capite e il tasso di disoccupazione della città in quell’anno; il livello medio di istruzione dei cittadini; la composizione demografica; la ricchezza della città in termini di monumenti e la sua attrattività turistica; l’appartenenza alle macroaree del Nord, Centro, Sud. E verifichiamo se la spesa culturale pro capite da parte delle giunte comunali è influenzata da alcune variabili politiche, tra cui l’appartenenza della giunta comunale al centrodestra o centrosinistra; la scadenza elettorale; il fatto che il sindaco uscente non si possa più candidare; la spesa privata in cultura da parte delle fondazioni bancarie locali; il numero delle associazioni culturali ufficialmente registrate e i trasferimenti statali ai comuni.
Forse inaspettatamente, l’analisi mostra che il numero delle associazioni culturali cittadine non esercita alcun effetto nel determinare i livelli di spesa culturale da parte dei comuni. La ricchezza artistica e monumentale della città è invece un importante fattore esplicativo della spesa. È interessante poi vedere come la spesa culturale da parte delle locali fondazioni bancarie eserciti un effetto positivo. Segnala un possibile effetto di complementarietà tra spesa culturale privata e pubblica, in cui quest’ultima eserciterebbe un ruolo moltiplicativo anziché di spiazzamento.
Le variabili politiche sollevano però le considerazioni più interessanti. Infatti emerge che, contrariamente all’opinione comune, l’appartenenza agli schieramenti di centrodestra o centrosinistra delle giunte comunali non esercita alcun effetto significativo sul livello di spesa culturale delle città italiane. Naturalmente l’orientamento politico delle giunte potrebbe influenzare la composizione piuttosto che il livello della spesa. È tuttavia impossibile stabilirlo, a causa dell’assenza di dati disarticolati per tipologie di spesa culturale. La sola sottocategoria presente è rappresentata dalla spesa per musei, biblioteche e pinacoteche. La nostra analisi, tuttavia, suggerisce che l’orientamento politico delle giunte comunali non sembra avere alcun peso neanche come determinante di questa sottocategoria.
QUANDO CI SONO LE ELEZIONI
Ad esercitare effetti statisticamente significativi sulla spesa culturale dei comuni sono invece le variabili che catturano il ciclo elettorale. I segni di questi effetti sono però inaspettati: l’avvicinarsi delle scadenze elettorali sembra provocare una riduzione della spesa comunale in cultura. E l’effetto è rafforzato se il sindaco non può più ricandidarsi perché ha già servito due mandati.
Il primo effetto sembrerebbe contrastare con gli studi di political economy che tradizionalmente mostrano come negli anni pre-elettorali si abbia un aumento significativo della spesa pubblica. C’è però una possibile interpretazione che potrebbe conciliare i due risultati. Con l’avvicinarsi delle elezioni amministrative, i sindaci uscenti hanno un chiaro incentivo nel porsi in sintonia con gli interessi degli elettori. L’evidenza di una significativa riduzione della spesa culturale in periodo pre-elettorale non può allora che trovare spiegazione nelle preferenze dell’elettore mediano: il grosso dell’elettorato non apprezzerebbe particolarmente l’offerta culturale, e le scelte delle giunte si sostanziano quindi in riduzioni della spesa in cultura. Evidentemente i sindaci ritengono di avere a disposizione strumenti di spesa più efficaci per far presa sugli elettori.
Nemmeno il secondo effetto, secondo cui i sindaci che non possono più ricandidarsi riducono la spesa culturale, è perfettamente in linea con alcuni studi di political economy. Anche questo risultato si spiega, però, se le considerazioni sulla scarsa preferenza dell’elettorato per l’offerta culturale sono vere. Infatti, nel caso italiano, la carica di sindaco è spesso un trampolino, il primo gradino nel cursus honorum di un politico, dal quale si ambisce salire a cariche di maggior visibilità e prestigio. Compiacere l’elettorato mediano è allora ancora più importante.
 
(1) Si veda Il Sole 24 Ore di lunedì 6 ottobre 2008.
(2) Il lavoro completo è scaricabile dal sito della collana dei Working Papers del Dipartimento di Scienze Economiche dell’Università di Brescia

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Mi è arrivata, nei giorni scorsi, una mail di auguri da parte del segretario della federazione dei quadri direttivi e dirigenti della regione del Veneto, Ente per il quale lavoro.
Il tono usato dall’amico Vittorio Panciera, estensore della lettera,  è ironico, ma contiene una serie di valutazioni che condivido pienamente. A voi il giudizio
 
 
Care Colleghe e Cari Colleghi,
una Pasqua triste e dolorosa si presenta quest’anno a causa della tragedia che ha colpito i nostri concittadini abruzzesi, ai cui pesanti lutti si aggiunge l’incertezza per la perdita delle case, dei ricordi, di interi brani di vita; la precarietà della situazione ed il difficile e non immediato rientro nella normalità richiedono la nostra solidarietà anche attraverso gesti concreti su cui conto di poterVi riferire non appena sarà chiaro il quadro delle future necessità.
Desidero comunque porgere a tutti Voi e alle Vostre famiglie i più cari auguri per le prossime festività, affinchè costituiscano una occasione di riposo e serenità in una fase storica densa di preoccupazioni dovute alle incerte prospettive economiche mondiali, ma anche, a mio avviso, ad un sostanziale smarrimento dei valori umani e civili che hanno in passato reso grande il nostro Paese e la nostra Regione.
La demonizzazione dell’impiego pubblico non ne è che un sintomo, è un modo come un altro di offrire ad bestias centinaia di migliaia di persone classificate gratuitamente, dall’oggi al domani, fannulloni, ipergarantiti, super pagati e quant’altro si possa aggiungere, quasi fosse una colpa aver indirizzato la propria vita professionale ad un settore diverso da quello privato. Non spendo neppure una parola sul principale ridicolo protagonista di questo opportunistico transfer; soggiungo solo che anche questi fa parte dei sintomi dello scadimento dei valori e, di conseguenza, della politica, che ha portato sulla scena "nani e ballerine" il cui unico obiettivo è l’effetto mediatico che consente di raggiungere facile popolarità accreditando così posizioni di potere non raggiungibili col lavoro, la fatica, quotidiana, l’impegno e il sacrificio.
Ancor più triste è assistere all’assenza di voce delle massime Assise democratiche della Repubblica, il Senato e la Camera dei Deputati, i cui componenti, collocati in batteria dai partiti nelle liste elettorali, sono di essi i silenti ossequiosi esecutori, senza che l’elettore possa esprimere scelta alcuna; non credo sia un caso infatti il neppur dissimulato boicottaggio da parte dei partiti stessi del prossimo referendum sulla legge elettorale.
Questo stato di cose consente il coagularsi di una classe dirigente pecoreccia e incompetente, perlopiù priva di un reale contatto con la realtà che non sia quello con i propri più stretti interessi. A ciò si accompagnano impulsi di intolleranza, razzismo, qualunquismo, intromissioni pubbliche nella sfera privata e morale, evidenti segni di pericolosi percorsi cui la storia, con particolare evidenza nello scorso secolo, inutilmente ci ha ammonito. Le strade dell’umanesimo, del liberalesimo e della stessa morale cristiana che insegna l’amore verso il prossimo sembrano smarrite nel quotidiano insulto e nell’aggregazione in branchi caratterizzati dalla ferocia nel perseguimento del proprio "parliculare" .
In tutto ciò, dicevo, la nostra categoria ha assunto il ruolo di sentìna di ogni male, quasi che il Paese non sia stato stravolto da affaristi, fu rbetti , usurai, mafie, camorre, truffatori e quant’altro, bensì dagli impiegati dell’anagrafe di Malo o di Porto Tolle, che avevano l’impudenza di ammalarsi. Ora tutto ciò è cessato e la tassazione dei permessi per la malattia dei figli, per il matrimonio, per le visite mediche prenatali e per l’assistenza ai familiari portatori di handicap ha consentito il rilancio di interi comparti industriali; penso, ad esempio, alla Parmalat , evidentemente devastata dai vigili urbani di Conegliano e non da Calisto Tanzi, fulgida dimostrazione delle capacità dell’imprenditoria privata.
Mi scuso se l’amarezza ha finito per sconfinare nel sarcasmo, ma in questi giorni moltissimi di Voi mi hanno contattato per chiedere che cosa bisogna fare. Ispirandomi ad Aleksander Solgenicin, che si chiedeva perché era potuto accadere l’orrore descritto in Arcipelago Gulag e si rispondeva: " perché tutti abbiamo taciuto", affermo: non tacere!
Ed ancora: continuate a fare il Vostro dovere nel rispetto delle leggi e di una deontologia e rigore morale che non deve mai venire a mancare unitamente al rispetto verso i cittadini dei quali, ricordava Arturo Carlo Jemolo, noi siamo i "servitori".
Cosa farà la nostra Associazione? Non abbiamo mezzi né possibilità per un contrasto mediatico che ci vedrebbe perdenti. Pensiamo invece, come il mugnaio tedesco, che ci sia un giudice a Berlino.
Stiamo quindi predisponendo, coi legali che ci assistono, l’avvio, da parte dei nostri Associati e con il supporto anche dei nostri non cospicui mezzi, dei ricorsi presso l’Autorità Giudiziaria per veder riconosciuta l’illegittimità delle trattenute stipendiali su assenze legate a istituti garantiti dalla Costituzione, dalle Leggi e dai contratti collettivi e che finora hanno costituito un patrimonio di civiltà e conquiste sociali di cui hanno usufruito tutti i lavoratori italiani, privati e pubblici. Per evitare equivoci, è bene ribadire che non siamo contrari né a controlli anche severi, né al perseguire comportamenti scorretti o illeciti, ma diciamo chiaramente che né la malattia, né il richiamo alle armi, né l’assistenza ai familiari disabili sono colpe sanzionabili col sequestro di parte dello stipendio.
A fronte dello schiamazzo o dell’opposto silenzio di tutte le altre Organizzazioni Sindacali e di tutti i movimenti politici, noi scegliamo la Legge. Ancora tanti cari auguri, con affetto e solidarietà dal Vostro Segretario

 

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Ieri sera si è tenuto il consiglio comunale di Mira nel quale ho annunciato l’uscita dal gruppo consigliare del PD. Oggi il Gazzettino riporta un articolo nel quale si parla di una mia uscita dal PD. L’unica decisione che ho preso è stata l’uscita dal gruppo consigliare del PD dell’Amministrazione Comunale per le motivazione che ho già avuto modo di chiarire. Ecco di seguito la dichiarazione che ho letto in aula.
 
 
La decisione di uscire dal gruppo consiliare del PD, come ho già avuto occasione di esplicitare pubblicamente, rappresenta per me una sofferta ma doverosa conseguenza rispetto al mio modo di agire politico.
 
Nel momento in cui ho fatto parte di una squadra, indipendentemente dal mio ruolo, mi sono sempre sentito parte attiva, sia nei momenti positivi, sia nei momenti di difficoltà: chi mi conosce sa bene che non mi sono mai sottratto dal difendere le scelte amministrative, quando a monte ci fosse stata una condivisione del percorso politico.
 
Ho dovuto registrare, però, che le scelte strategiche prese a Mira negli ultimi mesi non sono state oggetto né di un preliminare confronto né, più in generale, inserite in un quadro complessivo progettuale partecipato.
 
Ecco allora che il senso di appartenenza per il sottoscritto viene meno, pur nella consapevolezza delle difficoltà che possono sussistere nell’assumere decisioni impopolari: ma ritengo questo sia l’unico modo per ritrovare le motivazioni e l’indipendenza per rispondere ai cittadini del mio operato.
 
In questi quasi due anni credo di aver contribuito in maniera inequivocabile alla tenuta della maggioranza, garantendo sempre il voto favorevole in tutti gli atti all’attenzione di questa assemblea.
 
In questo stesso periodo il progetto del PD, che in quest’area ha trovato il sottoscritto tra i primi convinti sostenitori, è stato sentito più dalla base che dai dirigenti, come è stato detto in un recente applauditissimo intervento all’assemblea nazionale dei circoli del PD da una militante di Udine.
 
Credo con questa decisione di lavorare con più serenità, con l’unica ottica di tutelare gli interessi dei cittadini di oggi e quelli di domani.
 
Ecco dunque signor Sindaco che dichiaro che da oggi potrà trovare in me un alleato ancora più convinto e determinato, se le scelte che questa amministrazione intraprenderà, con tutte le difficoltà dovute alle note e vergognose situazioni in cui si trovano gli EELL, saranno nell’interesse dei miresi e nella direzione del programma di governo che ha accompagnato l’elezione di questa amministrazione.
 
Diversamente, la mia voce non mancherà in quest’aula di segnalare e di ostacolare le decisioni che a mio avviso non andranno in questo senso.
 
Spero che con questo gesto si possa ancora di più consolidare un canale diretto di confronto con i cittadini, anche attraverso l’utilizzo dei nuovi mezzi messi a disposizione dalla tecnologia, oltrepassando le tempistiche e i bizantinismi che spesso la prassi politica impone.

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