E’ apparso venerdì scorso sul Corriere del Veneto un pezzo che mi posiziona in stand by rispetto al Partito Democratico.
In effetti la notizia che è arrivata fin sulla stampa l’ho esternata a molti interlocutori nelle ultime settimane.
Senza giri di parole: in particolare, solo per limitarmi agli eventi politici più recenti, sto assistendo con crescente insofferenza rispetto a fatti analoghi successi nel recente passato, al metodo spartitorio con il quale si stanno decidendo le candidature nei due collegi miresi per le prossime elezioni amministrative provinciali, di fatto frutto di un accordo tra alcuni esponenti degli ex DS e quel poco che rimane dell’ex Margherita.
Al di là delle semplificazioni, appare evidente infatti che ormai le principali scelte che sono state prese a Mira negli ultimi mesi (dalla defenestrazione dell’ex vicesindaco d’Anna alla scelta del Dirigente Urbanistica) e che verranno attuate per il futuro (vedi Pat, solo per citarne una), sono frutto della decisione ed indirizzo di un ristretto gruppo di persone - o giù di lì.
Ecco, credo che il problema del PD nazionale sia ben riflesso anche a livello locale: una nuova formazione che doveva dare spazio al rinnovamento, alla competenza e al merito, mette nel cestino buone prassi, strumenti di partecipazione, primarie e quanto sa di confronto per affidare le scelte strategiche alle vecchie e delegittimate oligarchie dei partiti e dei sottogruppi che formavano i partiti di provenienza (del terzo fondatore, la cosiddetta “società civile”, sembrano essersi perse le tracce).
In attesa di un congresso di palingenesi, quest’autunno, nel frattempo i milioni di italiani chiamati alle primarie sembra che non servano più, mentre non ci si interroga seriamente sulla “obsolescenza” di vecchi personaggi che solcano la scena politica da sempre: mai chiamati a render conto del proprio operato e a rendere contendibili le cariche di rappresentanza del partito.
Di più: non si mette in discussione il fatto che forse una delle cause di perdita di consenso del Pd è anche da ascrivere al fatto che quel poco di giovane che c’è nel panorama politico ha fatto fin ora (limitata) carriera rispondendo al requisito della assoluta fedeltà ai capi e che quindi vive di luce riflessa e non di luce propria…
Vedete, non sono certo io il primo a sostenere che sia proprio il sistema partitico ad aver generato questi problemi di rappresentanza democratica, e penso anche che la “dittatura del popolo” non potrà di certo risolverli. Fuor di metafora, non credo che affidandoci continuamente al richiedere l’opinione alla gente risolveremo il problema di avere maggiore credibilità, dovremo essere noi in grado di intercettare le esigenze dei cittadini che evidentemente in questo periodo storico si sentono maggiormente rappresentati da altri partiti e movimenti.
Aggiungo subito però, a corollario, una cosa che sembrerebbe contraddittoria: solo se riusciremo ad avere dei politici illuminati che sappiano distinguere le persone in base ai loro “talenti”, valorizzarle per quel che valgono, solo così le cose potranno migliorare.
Ecco allora che una persona che è sempre stata fedele ai capi, ha sempre cucinato gli “ossetti” alle feste, ha sempre aperto la sezione quando c’era bisogno, cercherai di gratificarla con ruoli di “sottogoverno” - per usare un termine antipatico (ma certo meno dell’ormai ubiqua “classe dirigente” in riferimento agli organismi direttivi necessari a un partito)-, non di proporla come biglietto da visita della tua formazione politica. Giusto per fare una esemplificazione.
Invece no: sempre le stesse facce e sempre gli stessi errori, anche, appunto, da parte dei “ggiovani” - buoni, educati e pazienti ad aspettare (che forse verrà il loro turno…), quando invece c’è bisogno ora più che mai di dare segnali di discontinuità, con parole chiare e prese di posizione nette; e con un problema in più però rispetto al passato e cioè la presenza di molti “pensionati” ancora in ottima forma e con un sacco di tempo libero da “mettere al servizio” del Partito.
Al di là di abusati parallelismi con gli altri stati per evidenziare un’eccezione Italia, è - credo - sotto gli occhi di tutti la differenza di visione e di approccio ai problemi politici e sociali che le diverse generazioni hanno, ma mentre in paesi come la Spagna, l’Inghilterra, gli Stati Uniti, la freschezza e la novità hanno un ruolo fondamentale nella scelta dei governanti, in Italia a quanto pare no.
Non ne faccio una questione unicamente anagrafica e a tal proposito vi rimando ad un bellissimo scritto di Claudio Magris apparso sul Corriere della Sera lo scorso Agosto dal titolo: L’arte (ignorata) di uscire di scena- quelli che non vanno mai in vacanza e nemmeno in pensione- il modello Diocleziano e il cattivo esempio dei politici italiani: l’arte di staccare- dice Magris- non è legata ad alcuna età precisa, perché in qualsiasi stagione della vita si può vivere il momento di massima creatività e di massima utilità per gli altri – eppure questo ciclo di stagioni molti si rifiutano di riconoscerlo e prenderne atto.
Eppur qualcosa, forse – nell’Italia, tra i nostri elettori -, si muove, al di là ed oltre le nostre incertezze e tatticismi di questi mesi: ma tutti, in verità, sembrano quasi ineluttabilmente, attendere la grande caduta del PD negli appuntamenti elettorali di giugno (c’è anche il referendum…) per vedere il da farsi.
In questo panorama non è facile prendere delle decisioni che non siano strumentalizzabili dai soliti notabili del partito, che spesso magari colgono le difficoltà e l’inadeguatezza della proposta politica e tuttavia non sono in grado di modificarne il percorso, per il metodo che la politica richiede.
È così: i farraginosi meccanismi dell’attuale politica sono messi in movimento secondo rituali e percorsi che, nell’applicazione, segnano sempre di più il solco che separa le esigenze della società dalle risposte della stessa classe politica. Ore e ore di incontri inconcludenti, quando si sa già quali sono le decisioni che verranno prese: non è un caso quindi che i politici siano all’ultimo posto nei sondaggi in quanto a fiducia da parte dei cittadini.
Credo che l’assemblearismo fine a se stesso, prassi politica ben presente tuttora anche a Mira, abbia contribuito nel tempo alla disfatta della sinistra: lo abbiamo visto, su scala nazionale, con la definizione del programma del governo Prodi.
In realtà ci sarebbe bisogno di una svolta – all’infuori di ogni retorica – epocale, che non vedo neppure in embrione nella nostra realtà locale.