
Marco Paolini, a Villa dei Leoni
"festa in palcoscenico"
per i suoi 50 anni
Compiere 50 anni e festeggiarli in un teatro tutto per se, con parenti, amici musicisti, atton, giornalisti, sociologi, magistrati. Avere Mario Brunella che al violoncello prova infinite variazioni di 'Tanti auguri" e Stefano Nosei che alla chitarra inventa rime strane su canzonette famose. I "Mercanti di liquore" che accompagnano quasi tutti gli spettacoli dell'attore, Natalino Balasso che da bravissimo comico-triste fa ridere e immalinconire; Gualtiero Bertelli che mette insieme arie popolari e canzoni d'autore, accompagnato al pianoforte da Paolo Favorido. E su tutti Marco Paolini fra ricordi, progetti, frammenti degli esordi e pagine di domani, album dell'infanzia e rabbia della maturità.
Così la campagna Michela Signori e gli amici hanno festeggiato il mezzo secolo di Marco Paolini nel teatro di Villa dei Leoni di Mira, gremito come per una prima che conta. Una festa tutta sul palcoscenico, tutta per il palcoscenico, come si faceva una volta nelle compagnie teatrali. È stato un po' come fare il bilancio di questo grande attore, certo oggi uno dei più noti e impegnati in Italia. Paolini piace al grande pubblico perché rappresenta un teatro tutto di parola, spesso un monologo nel quale c'è l'eco del cantastorie e la passione antica e la cultura povera dei filò. Ma c'è anche, e forse soprattutto, il coraggio della denuncia portata avanti in spettacoli non certamente facili, come quelli sul Vajont e su Ustica. Paolini incarna un po' la coscienza di questo Paese, riporta alla memoria fatti sui quali non si è fatta luce e che corrono il rischio di essere archiviati senza mai arrivare alla verità. L'Italia ha troppi misteri irrisolti, mille indagini insabbiate: a questa Italia un giorno di quasi quarant'anni con la strage di Piazza Fontana, hanno strappato l'innocenza e nessuno ha mai pagato.
Paolini si muove tra lingua e dialetto, un dialetto sempre nobilitato attraverso il richiamo costante della poesia di Zanzotto, Noventa, Barbarani, Calzavara, e anche della prosa intensa di Rigoni Stern e Meneghello, 1'attore-autore afferra Ie radici di un popolo, di una lingua che è poi la lingua materna, quasi nel timore che possano andare perse: «La prima volta che me so catà/ nel dialetto xé sta la voce de la mama... ", raccontano i versi del poeta padovano Cesare Ruffato.
Paolini alterna opere nelle quali sembra catapultato sul palcoscenico, smarrito, quasi stralunato, tanto la realtà che lo circonda appare grottesca, ad altre nelle quali il testo è costituito quasi esclusivamente da documenti ufficiali e dove il rischio dell'impersonalità è compensato dalla passione della denuncia. Surreale e rigoroso, ma facendo sempre leva sulla forza persuasiva della parola, nel solco affabulatorio che va da Ruzzante al più moderno Dario Fo, da Moni Ovadia - l'attore-autore forse più vicino per sensibilità - ad Ascanio Celestini l'erede più promettente.
La risata che Paolini suscita nei suoi spettacoli è liberatoria, ma allo stessa tempo critica e amara: liberatoria perché almeno per poco consente di uscire dall'assurdità di un mondo nel quale spesso è difficile trovare giustizia e sovente non è possibile vivere da uomini; amara perché si riaprono gli occhi su un mondo che non sa o non vuole migliorare vuole cambiare.
II teatro può risvegliare Ie coscienze e Paolini, spegnendo l'unica candelina della torta, ha voluto sottolineare che questo è il tempo in cui le coscienze devono accendersi. Buon compleanno Marco.
Edoardo Pìttalis - Il Gazzettino 7 marzo 2006