Massimo Zuin - la rassegna stampaIl «Sergente»
La guerra negli occhi di un menestrello

Marco Paolini - Il Sergente di Mario Rigoni SternUna prova. Con i suoi limiti, certo, ma anche con un taglio e un'ossatura dello spettacolo che probabilmente non cambieranno di molto da qui al debutto di metà novembre a Milano. Un po' di ritmo in più, qualche passaggio meno incerto, un paio di situazioni da asciugare ed ecco pronto Il sergente, ultimo lavoro di Marco Paolini dedicato a Mario Rigoni Sterm che per la prima volta si è affacciato alla platea mercoledì al teatro Villa dei Leoni nell'ambito della rassegna di prosa organizzata da La Piccionaia - I Carrara e dal Comune.
Sul palcoscenico una grande cartina geografica con l'ex Unione Sovietica al centro, una vecchia macchina da scrivere e un lungo specchio arcuato e stretto sullo sfondo. Due i personaggi in scena:
Paolini - con addosso abiti che ricordano quelli di un soldato di sessant'anni fa - a raccontare la storia e, dietro la macchina da scrivere, un ragazzo, un po' attore, un po' musicista, un po' trovarobe, un po' suggeritore e un po' badante (definizione dello stesso Paolini), a seguire lo spettacolo il più delle volte suonando percussioni che sono il simbolo dei tasti dello scrittore e delle battaglie del sergente. Due i fili conduttori scelti da Paolini per comporre la drammaturgia ispirata al romanzo Il sergente nella neve: il ricordo del sergente Rigoni nella Russia dell'inverno 1942-1943 e quello più recente dell'attore che sugli stessi luoghi ci è andato oggi. Da una parte le emozioni delle battaglie ma soprattutto le atmosfere delle sofferenze di guerra nella «tana» tra compagni di sventura, fame, «gatti grossi grassi russi» e i relativi «pensieri vicentini» dei soldati, freddo, tanto freddo a quaranta sottozero. E dall'altra la ricerca degli stessi luoghi nel terzo millennio su treni scalcinati, affondati in vecchie Zaporozec dai vetri fumé, a bordo di battelli da guidare a zigzag sul Don che è un fiume «che sta tra l'Adige e il Piave».
1 ricordi di Mario Rigoni Stern e quelli di Marco Paolini si danno il cambio per un'ora e mezza, intervallati da un paio di parentesi (bella l'idea di mescolare la lingua «bellica» e bassa di Ruzante, meno efficace il siparietto comico a due con Paolini che diventa per cinque minuti il Duce). Come si dice nell'esercito: rivedibile.

Massimiliano Cortivo - Corriere Veneto 5 novembre 2004